II personagggio del "Talpone",
quelle strane magliette con la scritta "Talponbuster" che
il professore indossava insieme a mille allusioni e battute
hanno occupato, per moltissimo tempo, pagine e pagine del "Taccuino" sollevando
all'epoca un vespaio di polemiche. Sono ormai passati molti
anni da quell'episodio e questa edizione del 'Taccuino" vuole
togliere, e in matiiera definitiva, tutti i veli che ancora
avvolgono l'amaro epilogo della breve stagione veneziana
vissuta da Dido e, suo malgrado, da Tonino Zorzi, attuale
allenatore della Scavolini Pesare.
" Non ho mai voluto rispondere pubblicamente alle accuse rivoltemi da Dido
perché lui - spiega Zorzi -, dopo il licenziamento da parte dei dirigenti
della Canon, rimase un anno senza lavoro e, se avessi detto come realmente stavano
realmente le cose avrei infierito ingiustamente su una persona che stimavo molto
e consideravo un caro amico. Ricordo che allora cercai di contattarlo e di spiegargli
come si erano svolti i i fatti ma lui non volle sentire ragioni, e si convinse
che gli avevo "segato" la panchina. Nella realtà invece la vicenda
si sviluppò in questo modo. Già alcune settimane prima della fine
del campionato fui contattato da Carrain, allora dirigente reyerino, che senza
mezzi termini mi offrì la "panca" della Canon, in quel momento
ancora guidata da Dido e in piena corsa per il salto in serie A1. Nel corso del
breve colloquio fu lo stesso Carrain a dirmi che il professor Guerrieri, indipendentemente
dal risultato finale raggiunto in campionato, sarebbe stato comunque esonerato
perché una parte di dirigenti avevano iniziati a fargli la "fronda".
Le voci di "talponeria" uscirono perché pochi giorni prima che
il campionato avesse termine sul "Gazzettino" uscì un'intervista
con il sottoscritto che fu in larga parte travisata, e "aggiustata" da
un noto giornalista veneziano. La vera vicenda del "Talpone", che lo
si voglia credere o meno, nacque in questo modo e si sviluppò anche a
causa delle malignità che molte "bocazze", come si usa dire
a Venezia, si divertirono a costruire sull'argomento, lo, come detto, preferii
non replicare mai e per molti anni, sia Dido che io, continuammo a recitare.
Lui la parte della vittima ed io quella del cattivo..."
Mario Blasone
" Fu un anno di grandissimo divertimento,
quello passato come assistente di Dido nel 1979 alla Mobiam
Udine in serie A2 - ricorda compiaciuto Mario Blasone, attuale
generai manager della Mash Verona -, perché Dido dietro
un'aria seriosa ed austera nasconde un carattere godereccio
e gioviale. Si integrò subito in una città come
Udine, riservata come lui, ma dalla doppia anima, proprio
come lui. Credo che, ancora adesso, il "prof." conservi
buoni ricordi dell'esperienza udinese. Passammo molte serate
a ricordare, e a ridere, delle "stranezze" dell'allenatore
che lo aveva preceduto, lo statunitense Joe Mullaney e per
tutti voglio ricordare un episodio, non esattamente cestistico,
che la dice lunga sul carattere "particolare",
non viene un altro termine, di Dido.
Di ritorno da una partita, o da un clinic a Pesaro, non ricordo esattamente,
mi convinse, citando improbabili strade, forse magiche, forse solo sognate,
a scegliere un percorso alternativo. La fine la potete immaginare, dopo
ore di inutile girovagare nella campagna, sotto un sole cocente arrivammo
sulla rive di un fiume ed il traghettatore ci guardava come se fossimo
marziani... Per farla breve, credo che si sia stati gli unici in Italia
ad essere tornati da Pesaro ad Udine, in traghetto...".
Federico Danna
Federico Danna, nel grande capitolo degli
assistenti del professor Guerrieri, merita un posto di rilievo.
Le ragioni di questo "posto al sole" sono molte
e non tutte facili da elencare: i lunghi anni di frequentazione
comune, la stima reciproca che li ha legati, gli ottimi risultati
raggiunti fanno sì che il professore consideri, ancora
adesso, Federico come uno dei migliori assistenti che egli
abbia mai avuto. Il racconto di Danna, attuale allenatore
in serie B1 di una piazza in grande ascesa per il basket
come Biella, prende il via da uno degli episodi più dolorosi
nella vita del "prof.", l'ictus che lo colpì il
giorno sette gennaio 1991. Da questo ricordo emerge però,
ancora una volta, tutta la particolarità del "personaggio" Giuseppe
Guerrieri: "Ancora oggi rivivo ogni minuto di quel pomeriggio
- dice Danna -e spiego subito il perché. In sette
anni di assistentato, tre con Asti, altri tre con Dido e
uno solo con De Sisti non mi era mai capitato di saltare
una gara di campionato. Quel giorno invece, per una di quelle
fatalità della vita che piacciono tanto a Dido, avevo
assunto da molto tempo, d'accordo con Dido, un impegno inderogabile:
il battesimo di mio figlio Nicola. Quel pomeriggio, durante
il ricevimento organizzato dopo la cerimonia, naturalmente
tenevo un orecchio incollato alla radiolina. Si giocava a
Reggio Emilia, alla radio non era previsto un collegamento
diretto ma, dai brevi flash che venivano comunicati, intuimmo
che intorno alla nostra panchina c'era "agitazione".
Circa un quarto d'ora dopo la fine dell'incontro mi telefonò Fosca,
la moglie di Dido, chiedendomi se, in tutta fretta, potevo
accompagnarla all'ospedale di Reggio Emilia dove nel frattempo
Dido era stato ricoverato. Ricordo ancora con terrore il
nostro viaggio verso Reggio: la nebbia, il gelo, il gran
traffico alla fine delle feste natalizie e le frammentarie
notizie che giungevano dalla radio non facevano altro che
aumentare a dismisura l'angoscia e sia Fosca che io, senza
confessarcelo, temevamo di arrivare troppo tardi. Una volta
arrivati all'ospedale però l'angoscia si sciolse in
un sorriso liberatorio perché entrammo nella stanza
di Dido e lui, con la bocca leggermente piegata di lato,
a causa della emiparesi mi accolse con un: "Federico,
che ...zo fai tu qui ?".
" Rimasi senza parole di fronte a quella battuta perché anche in
quella tragica circostanza il "prof." riuscì a modulare la voce
con il suo solito tono: un misto di ironia e rimprovero".
" Questo suo malanno in seguito fu causa di molte incomprensioni tra me
e il professore perché la società in quell'estate del '91, senza
interpellarlo, lo giudicò fisicamente non idoneo a guidare la squadra
dalla panchina e mi affidò l'incarico di allenatore capo. Dido ci rimase
malissimo perché si sentì tradito ed io non ebbi il coraggio dì affrontare
la situazione di petto e di spiegargli come stavano realmente le cose. Solo dopo
tre anni, nel 1994, quando proprio lui mi sostituì alla guida della Francorosso
trovai il modo di "riaprire" con Dido e... gli scrissi. Quando ricevette
la lettera mi telefonò subito e, con lo stesso tono con il quale mi aveva
accolto all'ospedale di Reggio mi disse: "Ma, Federico, che ...zo fai, adesso,
mi scrivi ?".
" Mi diede appuntamento a casa sua e con tre ore di dialogo chiarimmo tutto
e riprese il mio rapporto con una persona alla quale devo tantissimo e che, in
molti anni di lavoro comune, mi ha insegnato moltissimo. Che cosa ? Per esempio
a non caricare di inutile tensione gli eventi; per esempio a guardare partite
e giocatori sotto una particolare angolazione perché Dido ha una capacità di
sintesi tecnica che non ho più riscontrato in altri allenatori. Tutto
questo perché Dido è stato, ed è, un allenatore all'avanguardia,
avanti vent'anni rispetto al suo tempo ed è un piacere, quando ogni tanto
guardo le partite in serie A, vedere che molti dei suoi più giovani e
forse più celebrati di lui, senza saperlo, lo copiano. Questa è la
grande lezione che Dido ci ha lasciato..."
Gianni Lambruschi
"Gianni Lambruschi: uno nato più per
comandare che per ubbidire". In questa sintetica analisi
Dido Guerrieri fotografava pregi e difetti della mia persona
con un'esattezza che nessuno avrà più nei miei
confronti.
Non nego che all'inizio il rapporto con il "Prof" (a cui non
riuscirò mai a dare del tu) fu abbastanza conflittuale, perché il
mio approccio nei suoi confranti fu molto superficiale ed arrogante. Come,
d'altra parte, posso affermare che se al momento in cui sto scrivendo queste
note, esercito ancora la professione dell'allenatore, lo devo esclusivamente
ai suoi insegnamenti ed alla sua filosofia.
Parlare del "Prof" allenatore sarebbe un po' restrittivo; bisognerebbe
disquisire sul "Prof" lettore, scrittore, pensatore, narratore,
depositario di tanta storia ma anche di tantissimo futuro!
Il nostro primo rapporto di lavoro fu alla Pallacanestro Milano sponsorizzata
Xerox nel lontano (si fa per dire) 1978. lo all'epoca allenavo due squadre
del settore giovanile mentre Guerrieri era l'Head Coach della squadra che
schierava Jura, Lauriski, Roda, Guidali, Farina, Zanatta, Gigione Serafini
etc. Questa squadra si comportò molto bene in campionato, difendendo
sempre a uomo, mentre tutti avevano pronosticato per noi difese a zona.
Il "Prof scoprì Serafini come uno dei migliori passatori del
campionato; lo mise in posi alto e lui lo ripagò salendo ai primi
posti della graduatoria degli assist. Di questo, fino a quel momento, non
non se n'era accorto mai nessuno.
Il "Prof' se ne andò, io rimasi ma insieme ci ritrovammo al
Camp di San Marino, dove lo spirilo goliardico di Guerrieri esplodeva in
tutta la sua simpatia. Ricordo ad esempio la sera in cui, mentre Federico
Danna suonava la chitarra ed io e GiannìAsti facevamo il coro, il
Dido canticchiava filastrocche inventate al momento che vedevano come protagonista
della sua satira il collega milanese Enrico Casiraghi, in arte "Jezzy
Che", che ignaro di ciò rientrava in quel momento in albergo.
Nacque in quell'occasione, con parole di Guerrieri, musiche di Danna ed
ululati miei e di Gianni Asti, il "Jezzy Che blues!", il pezzo
più gettonato dai ragazzi del camp.
A San Marino, il "Prof" mi ha insegnato una delle cose più importanti
della vita: leggere. Un giorno, lui si trovava nella hall dell'albergo
mentre io stavo rientrando dai campi, e proprio in quel momento stava finendo
di leggere un libro; me lo porse e mi disse: "Toh; leggilo",
nel gergo di Guerrieri voleva dire "Tieni, mi fa piacere regalarti
questo libro". Leggo il titolo: "Storie di ordinaria follia" dì Charles
Bukowski; era un dono del "Prof", bisognava leggerlo. Bene, da
quel giorno un libro mi accompagna sempre sia a casa che in viaggio, e
quante cose ho imparato attraverso la lettura!
chiedendomi spiegazioni degli errori dei giocatori in campo; non bastasse
questo, si infuriava pure come se io fossi il colpevole assoluto. Al primo
minuto di sospensione, io pensavo: "Adesso se li mangia"; invece
cambiava completamente tono e con molta calma e chiarezza spiegava ai giocatori
cosa voleva da loro. In questo modo rafforzava l'idea che ce l'avesse con
me!
Adesso che ho capito, mi comporto anch'io così: mi sfogo con il
mio assistente, così con i giocatori posso essere più sereno
e chiaro, senza alterarmi, atteggiamento che serve solo a distorcere le
idee e a innervosire le persone. Piccolo particolare: come assistente bisogna
avere una persona comprensiva.
A Torino, dicevo, durante le riunioni pre-partita io dovevo tradurre per
gli americani, e non sempre l'argomento era simpatico. Un esempio: "Dì a
Darryl che deve correre ed andare a rimbalzo, tornare in difesa, non fermarsi
sotto il canestro d'attacco". Durante la mia traduzione, Dawkins iniziò a
strizzarmi il quadricipite con le sue enormi mani; fui costretto a specificare
che quella era l'opinione del "Prof" e non la mia, e finalmente
la presa si allentò e ricominciai a respirare.
Una volta il "Prof" cominciò la riunione parlando di mutande
strappate e di isterismi femminili; a quel punto alzai la mano e chiesi
se potesse fare lui la traduzione!
Passano gli anni, undici per la precisione; questa volta è lui che
mi raggiunge a Torino. Il rapporto di lavoro è più stretto:
io sono il suo assistente. Quell'anno abbiamo come americani Darryl Dawkms
e Joe Kopiki; io sono l'interprete ufficiale, nonostante il mio capo parli
inglese (e lo legga) alla perfezione!
Quell'anno Dido ha problemi di coliche, cosi per non lasciarlo solo - la
moglie è via e non vuole farla preoccupare - io mi trasferisco a
casa sua. Mangiamo insieme, dormiamo insieme (camere separate, certo),
io faccio da autista perché in ogni caso, anche senza le coliche,
il "Prar ha un pessimo rapporto con la macchina.
Lavoriamo molto, alla faccia di chi diceva il contrario. Un giorno, il "Prore
all'ospedale, ha avuto un'altra colica; io e Della Valle andiamo a trovarlo
e ad implorarlo per avere una mezza giornata di riposo. Sguardo burbero,
pendiamo dalle sue labbra: concessai
I suoi sistemi di gioco sono molto moderni; all'inizio rimango perplesso,
come in tutte le cose è necessario approfondire. Sembra tutto molto
semplice, come la sua filosofia: "Se sei libero tiri, se sei marcato
passi". Una direttiva banale ma che racchiude l'essenza del gioco:
prendersi le responsabilità, saper rinunciare ovvero l'impegno per
fare ogni volta la scelta giusta.
Una delle cose che all'inizio mi irritava era il fatto che, durante le
partite, si girasse verso di me,
Romeo Sacchetti
Meo Sacchetti, che del professor Guerrieri
ha raccolto l'ideale testimone tecnico, è stato in
ordine di tempo l'ultimo assistente di Dido condividendone
l'esperienza degli ultimi due anni trascorsi a Torino, uno
in serie A2 ed uno, dopo la "autoretrocessione",
in serie B1.
" Del professor Guerrieri - dice Meo - vorrei ricordare l'epilogo vale a
dire il suo atto d'addio alla panchina avvenuto qualche mese fa in occasione
dell'ultima partita del campionato di serie B1. Al palazzo dello sport c'erano
un migliaio di persone, tutte giunte per dare l'addio a Dido e non certo per
l'importanza legata al risultato della partita medesima. Ebbene, a circa quattro
minuti dalla fine, tutto il pubblico si alzò in piedi ed incominciò,
ritmicamente a battere le mani e ad urlare "grazie Dido !!". Così,
ininterrottamente, per quattro lunghi minuti, una cosa da brividi... Dido è uscito
dalla porta del basket in questo modo, con grande dignità e con l'umiltà e
la riservatezza che lo hanno sempre contraddistinto. L'umiltà tipica di
chi, anche 64 anni suonati dimostra, con i fatti, di amare intensamente il proprio
lavoro.
Una grande lezione proveniente da un uomo al quale, tutto il basket italiano,
dovrebbe dire semplicemente Grazie!!".
Riccardo Sales
" Un personaggio fondamentale per la
mia crescita cestistica - dice Riccardo Sales, attuale allenatore
della Nazionale Italiana Femminile ed assistente del prof.
Guerrieri con la Nazionale Cadetti agli Europei di Nocera
nel 1969 -, importantissimo non soltanto dal punto di vista
tecnico ma, soprattutto da quello umano. Gli devo molto perché lui,
prima di me, credette nelle mie qualità di allenatore
e mi invitò a proseguire nella carriera. Di lui conservo
nella memoria due ricordi molto vividi. Il primo è che
la sua abilità di guidatore di automobili era, e credo
che lo sia ancora, inversamente proporzionale alle sua abilità nel
condurre squadre di basket. Ricordo che quando lui era alla
guida i pistoni uscivano letteralmente dal cofano implorandolo
di cambiare marcia...
Invece per rimanere in argomento strettamente cestistico bisogna dire,
una volta per tutte la verità: il primo vero esperto di basket americano
in Italia è stato Dido Guerrieri, non altri. Quando ancora l'America
era cestisticamente lontana il "Prof", in una pizzeria di Milano
teneva dotte elucubrazioni cestistiche per un uditorio adorante composto
da Valerio Bianchini, Oscar Eleni e il sottoscritto. Dido valicò allora
tutte le vette del sapere cestistico e si superò solo quando, una
sera, con dei pezzi di pane sulla tovaglia bianca, ci spiegò la
difesa "help and recover" e lì, su due piedi, venne incoronato "Re" del
basket..."
Alberto Bucci
"Credo che il nostro mondo, il mondo
del basket intendo, non abbia capito in pieno la grandezza
di un personaggio come il professor Guerrieri - dice Alberto
Bucci, allenatore della Kinder Virtus Bologna ed assistente
di Dido Guerrieri nel 1974 all'Alco Fortitudo Bologna - e
questo (atto mi amareggia moltissimo. Negli Stati Uniti,
che lui tanto ama, un personaggio come Dido sarebbe considerato
alla stregua di una "divinità" del basket
e, in ogni luogo, sarebbe ricevuto con onori riservato solo
ad un capo di stato. Il nostro piccolo mondo invece lo ha
lasciato andare negli USAe non è stato nemmeno capace
di tributargli, come giusto, come doveroso, per un uomo che
nella pallacanestro ha operato per più di trent'anni,
neache un "Dido's Day". Nell'anno che trascorsi
come suo assistente a Bologna, poco felice per lui, perché fu
sollevato dall'incarico, imparai moltissimo, non tanto, o
per meglio dire, non solo dal punto di vista tecnico. Dido,
persona di grande cultura e sensibilità, fin dal primo
giorno mi coinvolse nel suo lavoro e chiese la mia più totale
collaborazione. Mi indicò, con poche parole e con
molti esempi, la strada migliore per ottenere il rispetto
dei giocatori perché il "prof.", nonostante
l'aspetto burbero, è in possesso di un innato senso
per il rapporto con le persone. Non ho aneddoti particolari
da citare ma mi piace ricordare la sua "paranoia",
addirittura assurda, per il colore viola. Dido in quell'anno
arrivò perfino a chiedere, con cortesia e tatto, alla
fidanzata di un giocatore, che spesso assisteva ai nostri
allenamenti, di allontanarsi perché, la tapina indossava,
orrore!! un maglioncino viola..."
Dante Gurioli
Dante Gurioli, è un personaggio notissimo
nel mondo della pallacanestro perché fondatore del
Canaglia Club, famoso covo di simpatiche "tagliagole" del
basket situato a Rho, in provincia di Milano. Gurioli, oltre
ad essere stato assistente di Dido, è uno dei più cari
amici del professore e, per anni, i due sono stati anche
vicini di casa nello stracitato (sul Taccuino) "Colosseo" a
Sesto San Giovanni. -
" Conobbi Dido - ricorda Dante - ad un corso per allenatori che lui tenne
alla line degli anni 60
a Milano. Già in quella circostanza rimasi affascinato dalla sue
idee tecniche, così "nuove" per la pallacanestro in voga
a quei tempi. Il "prof." è stato il primo vero "americanologo" in
Italia ed grande insegnante per gli allenatori della mia generazione. Di
lui vorrei citare due episodi che, in due diversi momenti della sua vita,
mi fecero capire la grandezza del personaggio Dido. Nel primo io ero assistente
di Dido alla Xerox Milano. Si giocava a Rieti una partita molto importante
contro l'Althea e Dido ad un certo punto della partita ordinò un
cambio per Antonio Farina il quale non gradì e passando davanti
alla panchina, senza tanti giri di parole, mandò a quel paese il
professore. Dido, che, come me, aveva sentito benissimo
L' "invito" di Tony fece finta di niente e quando Farina si sedette
in fondo alla panchina si voltò versò di me e mi chiese: "Cosa
voleva Antonio ?".
lo mi comportai allo stesso modo e risposi che stavo seguendo l'azione
e non avevo sentito nulla. Mi sono chiesto molte volte perché avesse
adottato un simile comportamento e solo tempo dopo, quando fui nominato
capo allenatore al suo posto, che nel frattempo si era accasato ad Udine,
trovai, a mie spese, una risposta. Durante la partita è meglio passare
sopra a certe situazioni, la tensione della gara gioca brutti scherzi e
spesso anche i giocatori più esperti non riescono a controllare
i propri nervi. Litigare in "panca" non serve perché puoi
avere ancora bisogno dell'apporto di un giocatore e bisogna avere la freddezza
e la "sapienza" di ricondurre tutto al rettangolo di gioco. Una
grande lezione per un allenatore giovane e "pieno" come ero io
allora..."
" Il secondo episodio - continua nei ricordi Dante - invece è molto
personale e riguarda una visita che feci a casa di Dido nel settembre del '91,
l'anno dei suoi "accidenti" fisici. Mi aspettavo di vedere un uomo
dimesso e ancora convalescente. Invece quando la moglie Fosca mi aprì la
porta e mi fece accomodare in salotto vidi il Dido di sempre: a piedi nudi, in
tuta, con una improbabile e datata T-shirt e gli immancabili ciuffi di peli che
uscivano dal colletto ormai sliso della suddetta maglietta e seduto sulla sua
adorata poltrona. Dido dopo i convenevoli partì inquarta e per almeno
cinque ore, fino alle tre di notte durò la nostra "chiacchierata",
fece una incredibile panoramica su tutto lo scibile del basket, rivolgendo ogni
tanto lo sguardo verso di me e rimanendo per la maggior parte del tempo a fissare
un punto indefinito del soffitto, quasi a voler trarre spunti e forza per le
sue idee. Lo guardai a lungo ed associai la sua figura, immobile e pacata, a
quella di un "santone" e, ancora adesso quando ripenso a quella serata,
credo che Dido appartenga ad una razza un po' speciale e forse, "santone",
lo è per davvero".
" Infine - conclude simpaticamente Dante - come presidente della A.N.V.A.D
(Associazione Nazionale Vice Assistenti di Dido), organismo benemerito che ha
come scopo principale di raccogliere fondi per garantire al nostro supremo capo
una serena vecchiaia, colgo l'occasione di questo libro, per ricordare a tutti
gli associati che non lo avessero ancora fatto di... pagare la tessera associativa".