Beppe
De Stefano Quella decisione
mi regalò la
maggior parte del bene che ho avuto dal basket: anni di serenità e
risultati bellissimi, correttezza, lealtà e amicizia.
Avrei vissuto episodi esaltanti nel mio dopo-Dido
ma nessuno mi avrebbe dato la profonda e indelebile gioia di
aver lavorato al suo fianco.
Chi ha potuto avere il privilegio di stare in panchina con lui mi capirà meglio.
Si era testimoni di un continuo happening, venivi coinvolto nell'analisi
di ogni cosa e ogni episodio con il filtro della sua causticità e
dal suo humor. E che dire delle sue ire, dei suoi anatemi e delle micidiali
e innocue minacce ai giocatori, delle storielle a tavola e in pullman e
quella sua preziosa esibizione di memoria per citare in testi classici
o canzoni goliardiche, giocatori e allenatori di mille squadre.
Tutto questo era Dido, anche quel suo satanico odere che ci procurava quando
doveva parcheggiare davanti alla sede: alcuni minuti di lotta titanica
contro motore e sterzo e noi a ridere dietro le tende e ad aspettare che
uscisse un pò a fatica dall'auto e smoccolasse contro tutto. Che
bello Dido!
Adesso ci resta una lunga catena di episodi, tutti da ricordare e da raccontare,
mai banali, qualche volta un pò ruvidi, sovente molto umani, con
quella conclusione dolcissima e preziosa del suo commosso abbraccio alla
Fosca, sul parquet di Parco Ruffini.
Guido Ercole Dido il goliardo,
che mi accoglieva in sede all'Auxilium
......recitando interminabili brani della
versione hard dell'lfigenia, con l'impegno e la concentrazione
di un Gassman versione Divina Commedia.
Dido l'ironico, che non smetteva di celiare neppure quando stava male:
lo ricordo, i tratti del viso alterati dal dolore per una colica renale
che lo aveva colto in agosto a Torino, all'ospedale. Il medico sociale,
il suo medico, il dottor Carlin, era in montagna, a Tignes, impegnato con
una squadra di sciatori sul ghiacciaio della Grand Motte. Consulti telefonici,
ricovero, e poi finalmente il medico arriva e si precipita nella stanza,
dal Grande Malato, che esprime il suo sollievo: "Altro che Grand Motte,
io potevo morire e tu eri in montagna con una grand mignotte..." E
il medico era l'amiqualcosa di nuovo, inedito, folgorante.
Ma nel Dido torinese quello che mi resta più impresso è una
mattina di buon'ora, a fine campionato '85/86, una di quelle stagioni in
cui Torino faceva paura alle grandi e non arrivava allo scudetto solo perché aveva
più gente in infermeria che in campo. Una telefonata: "Devo
chiederti una cosa: possiamo vederci? Dove? A casa tua? Arrivo". Entro
e si mise a girare per la sala, rifiutando caffè o qualsiasi altra'cosa.
E poi fuori il rospo, non al giornalista, ma a chi poteva capirlo e non
lo avrebbe tradito: "Ho un'offerta da Roma, devo decidere, ma non
riesco a farlo perché non capisco qui cosa succederà".
Ecco, quello era il Guerrieri nascosto, quello che sotto le sue battute,
la sua ironia, aveva adottato Torino e quelle poche amicizie schiette che
si era fatto in riva al Po, ma anche l'allenatore che amava quella squadra,
quel pubblico così diverso dal resto d'Italia ma che lo venerava.
Parlammo per un'ora, esaminammo la situazione del club torinese, i suoi
eterni problemi. E quando Dido se ne andò sapeva che per una volta
avrei tradito la mia professione ma non la sua amicizia. E io sapevo che
lui avrebbe lasciato Torino per avere, forse, quella squadra ambiziosa
che aveva inseguito per tutta la vita: mi dispiaceva, ma se lo meritava.
Davide
Pessina "
II "Professore"
.....all'inizio del nostro rapporto mi colpì soprattutto
per le sue piccole stranezze -dice Davide Pessina, giocatore
plasmato e lanciato in serie A da Guerrieri ai tempi della
Berloni Torino - Mi stupì molto, ad esempio, l'abitudine
del "Prof" di stracciare tutte le pagine di pubblicità prima
di leggere giornali o riviste i quali, nel giro di pochi minuti,
assumevano l'aspetto di puzzle difficili da ricomporre. La
stessa cosa faceva con la "Settimana Enigmistica" della
quale conservava solo le pagine del "Bartezzaghi" e
regalava il resto. Del Professore - continua Pessina - ricordo
anche l'assoluta incapacità di andare in macchina e
la domanda annosa, e purtroppo senza risposta, era sempre quella: "Ma
Dido, avrà messo una volta nella vita la seconda?".
Dido nei miei confronti si comportava in modo inflessibile
non solo per quanto riguarda il mio comportamento in palestra
ma anche e soprattutto, per ciò che atteneva il mio
rendimento scolastico. Allora ero studente al Liceo Classico
e Guerrieri, uomo di cultura enciclopedica, non mancava durante
le trasferte di interrogarmi facendomi fare, davanti a tutti
i compagni, figure meschine. Durante una trasferta di Coppa
in Grecia in visita con la squadra presso i templi dell'antichità si
trasformò in un preparattssimo cicerone spiegando come,
e meglio, di un professore di storia dell'arte. Conservo dei
carissimi ricordi legati alla figura di Guerrieri, un personaggio
notevolissimo sia dal punto di vista tecnico che umano che,
a mio avviso, la pallacanestro italiana non ha tenuto in giusta
considerazione. Un personaggio che, non deve sembrare un controsenso, è stato
addirittura anacronistico nella sua modernità e, per
questo motivo, spesso non capito".
Flavio Tranquillo ciao
Professore, e grazie di tutto!
Due anni fa gioca contro Modena l'ultima partita
della stagione, nei playoff di A2. Mi viene in mente che un
paio di mesi prima ho letto che il professore aveva dichiarato
che alla fine dell'anno avrebbe fatto i bagagli per l'amata
Seattle, e cosi decido di mandare un giornalista per coprire
la partita e fare un pezzo strappalacrime tipo "America
eccomi, arnvederci Italia". Lo scrupoloso inviato al termine
della gara si avvicina al nostro eroe e gli rivolge la seguente
frase: "Allora professore, ha allenato l'ultima partita
della sua vita...".
Potete immaginare dove si siano inabissate le mani e l'imbarazzo dell'intervistatore,
ignaro del fatto che Guerrieri aveva deciso di rimandare la partenza di
un anno e soprattutto della sua clamorosa superstizione, che anni prima
gli aveva fatto commentare un mio giovanile giubbotto viola shocking in
maniera facilmente immaginabile.
Dicono che essere superstiziosi sia un po'da ignoranti, ma deve essere
proprio un luogo comune. Non ho visto nella pallacanestro italiana molta
gente più arguta di lui, colto non nel senso della quantità ma
in quello delia qualità, nella capacità di cogliere particolari
invisibili ai più e nello sdrammatizzare una professione che spesso
vuole prendersi troppo sul serio. Ho passato parte della mia adolescenza
a cercare di capire chi diavolo fosse il Topone, dove fosse la Slobbovia
e in quale serie arbitrasse Lanterna Verde, e solo adesso ho scoperto che
nelle mie condizioni erano quasi tutti i lettori di Superbasket, affezionati
lettori di quel "Taccuino" che di questo libro rappresenta la
spina dorsale.
L'uomo, coi suoi pregi e difetti, ha messo in ombra un allenatore originale,
che ha sempre cercato di fare di testa sua senza scimmiottare un mondo,
quello stelle e strisce, che pure conosce ed ama come pochi. Mi sembra
6i vederlo adesso, con un hot dog e alla partita dei Mariners, magari a
parlare col vicino di sedia, oppure in libreria per ore.
Che l'Eternauta avesse gli Usa nel futuro lo sapevamo, ma non averlo tenuto
legato al nostro basket è un altro di quei torti di cui ci siamo
macchiati. Peggio per noi, perché lui sta bene come sta, alla faccia
di tutti i gufi che lo avevano dato per finito dopo quel malore in panchina,
lo gli ho sempre dato del lei, ma per una volta vorrei salutarlo col tu:
ciao Professore, e grazie di tutto!
Ricky Morandotti " Dido
Guerrieri? La mia rovina!!"
La prima considerazione di Ricky Morandotti
sul Professore mi fa strabuzzare gli occhi, ma subito r "Angelo
Biondo" da forma al suo pensiero e mi spiega che: "Per
un giocatore essere allenato dal Professor Guerrieri è un'esperienza
unica e, per certi versi, irripetibile. Il "Prof." sapeva
mettere nei suoi allenamenti talento tecnico ed umano ma, soprattutto,
sapeva sempre parlare al cuore dei giocatori in modo semplice
e diretto. Dido è stato quindi la mia rovina perché,
dopo aver avuto lui come coach, abituarsi agli altri è stato
sempre molto difficile e, spesso, problematico.
Dido Guerrieri , indietro non si torna! "
Massimo Mangano " Tra le miglaia di ricordi che
ho di un personaggio "fantastico"come il professore
-dice Massimo Mangano, (attuale) allenatore
della Montana Forlì - ne conservo uno piuttosto "fresco".
Si tratta di uno "sgarbo" cestistico che, in modo
del tutto involontario, leci a Dido e che non mi perdonerò mai.
Allenavo a Fabriano ed il professore a Torino e sul nostro
campo si disputava la penultima giornata dei playout. La mia
squadra andava molto male ed eravamo già tagliati fuori
da ogni discorso legato alla promozione mentre alla squadra
di Dido mancavano solo due punti per la certezza matematica.
Due punti "facili" da conquistare contro di noi per
evitare di far rientrare in gioco la squadra di Siena. Prima
della gara mi avvicinai a Dido, gli spiegai la difficile situazione
che stavamo vivendo, rischiavamo tagli di stipendio e multe,
e gli dissi:
" Dido, cerca di non tirarmi trenta punti sulla schiena...".
Lui, tranquillizzandomi mi rispose: "Tranquillo, Massimo, mi basta
vincere di uno..."
Invece, per uno di quei casi strani della vita, quel giorno le cose girare
malissimo per la squadra di Dido e bene per la mia. I miei americani, che
fino a quel momento avevano fatto piangere, giocarono una partita incredibile.
Ad un certo punto, con la mia squadra comodamente avanti di quindici punti,
per cercare di facilitarlo ordinai ai miei di mettersi a zona. Non l'avessi
mai fatto!! I giocatori torinesi, andarono completamente nel pallone, ed
iniziarono a spadellare alla grande. Insomma, tutto si risolse con una
facile vittoria da parte nostra. Al termine della gara, incontrai Dido
nel tunnel che porta agli spogliatoi e mille volte lo pregai di scusarmi.
Lui, dimostrando la solita, innata, signorilità, non battè ciglio
e mi fece i complimenti.
Quella fu una grande lezione di stile impartitami da un uomo che, nella
vita, ha saputo dare sempre il giusto peso a vittorie e sconfitte..."
Giorgio Squarcina Dido
ha insegnato moltissimo seppure nel breve spazio di una sola
stagione sportiva
A me “giovane” (nel senso di nuovo)
dirigente responsabile di una società (semi)-dilettantistica
di pallacanestro, Dido ha insegnato moltissimo seppure nel
breve spazio di una sola stagione sportiva, ma tralasciando
quelle più “umane”, che volentieri, e se
volete gelosamente, mi porto dentro ancora oggi, vorrei evidenziarne
alcune più “tecniche”, più relative
alla gestione dell’attività sportiva della pallacanestro,
che fino ad allora non avevo ben capito e che mi sono poi molto
servite, e che potrebbero, o meglio dovrebbero, essere insegnate
a tutti gli addetti ai lavori sin dall’inizio delle rispettive
esperienze sportive.
La differenza tra allenatore “professionista” ed
allenatore
Per me l’allenatore “professionista” è colui
che prende il gruppo che la società gli affida cercando
di integrare ed esaltare le qualità, e minimizzare
i difetti, dei singoli in un contesto di allenamenti e partite
che portino ad un continuo miglioramento della prestazione
collettiva, naturalmente prevedendo e tenedo conto delle
varie variabili in gioco (avversari, infortuni, scadimento
atletico, invidie, scazzamento, ecc).
Invece, in genere, l’allenatore è colui che “sceglie” un
gruppo di atleti a cui cerca di imporre il suo “credo
cestistico”, convinto che il suo modo di allenare,
o impostare le partite, sia l’unico adatto per quel
gruppo, volutamente non rendendosi conto che se gli affidi
nel tempo dieci gruppi diversi, per età o caratteristiche
fisiche, il suo “metodo” rimane sempre uguale.
Purtroppo la stragrande maggioranza degli allenatori pensano
che quest’ultimo modo di agire significhi essere un “allenatore
professionista”, ….. e se guardate bene talvolta
succede anche per gli istruttori di minibasket !
La distinzione dei ruoli nelle società sportive
Anche in una situazione strana come era l’ Auxilium
della stagione 1995/96 fu molto importante, e lo è in
assoluto sempre per qualsiasi società sportiva a qualsiasi
livello pratichi l’attività sportiva, che siano
sempre chiari, rispettati e a conoscenza di tutti i ruoli
di ciascuno: il Presidente deve fare il presidente (per esempio … non
fare il papà !), il Dirigente responsabile non deve
fare … il Presidente, ma neanche … il tecnico
o il medico !, l’ Allenatore richiede o suggerisce
una certa organizzazione di supporto o contorno alla squadra,
ma certo non deve fare … il medico !, il Medico (purtroppo … se
c’è!) deve anche coordinare il massaggiatore,
l’osteopata, il preparatore, ecc. ecc.
So bene che tutto quanto sopra sa di utopia, ma deve essere
ben chiaro che nonostante la buona e miglior volontà che
ciascun addetto ai lavori (in genere “volontario” o
a rimborso spese) mette nello svolgimento del proprio ruolo,
proprio la non conoscenza o la non chiarezza dei ruoli è la
prima causa di incomprensione, di creazione di attriti e
successivamente di scambio di accuse quando le cose non vanno
proprio benissimo.
Ricordiamoci che per la nostra mentalità corrente
di sportivi (!) italiani uno solo vince, tutti gli altri
perdono !
Non ci sono vie di mezzo, il partecipare è quasi sempre
un optional !