Se
l'anno scorso Torino in agosto ricordava il deserto del Sahara,
quest'anno tutto è stato diverso.Non certo per i negozi
e ristoranti, ma la gente, oh, di gente ce n'é stata
sempre abbastanza, gente torinese verace e gente dei "ciao,
neh!" ( così vengono chiamati gli immigrati che
tentano di mimetizzarsi, parlando quello che loro pensano
sia il dialetto piemontese).
In agosto con tre allenamenti al giorno, non è che si goda di molto
tempo libero. Però alla sera c'è modo talora di andare a
cena con qualche amico o conoscente locale: magari in un ristorante di
collina, aperto e indovinato, spulciando nell'elenco pubblicato dalla "Stampa".
Staremo al fresco, si gongola. Regolarmente, all'ora di cena, scoppia un
furioso temporale, si ritirano precipitosamente i tavoli all'interno e
si sente nostalgia di un bel caminetto acceso. Si fa inorridire il cameriere
ordinando vino bianco (è un morbo veneto che mi ha contagiato) e
si chiacchera; la conversazione è punteggiata dai tuoni. Se l'interlocutore è torinese,
quasi sempre si lamenta della sua città e dei suoi concittadini.
Torino, per carità! E' una città morta, non c'è niente,
non interessa niente a nessuno, era la capitale della moda e non lo è più;
della radio, e non lo è più; c'è rimasto giusto la
Fiat. Non c'è vita, non si fa nulla, è un città da
vecchi. E i torinesi, te li raccomando! Freddi, egoisti, altro che riservati.
Pensano solo a far grano e ad imboscarlo in banca; il progresso non sanno
neanche cosa sia. Provinciali; per carità, tirchi; non vanno a vedere
la Juve, figuriamoci se vengono a vedere la Berloni.
Questa mania di autodenigrazione fa un pò riderel'eternauta. Vorrei
vedere un torinese a Roma, se si esprime allo stesso modo. Se uno parla
con un friulano a Udine, ti dirà: Noi siamo rozzi ed inospitali.
Udine è un buco. Lo stesso indivuduo a Milano corre a iscriversi
al Fogolar Furlan e proclama che il friulano è lingua madre, altro
che il toscano. Un veneziano passeggiando a Campo San Bartolomeo, ti dirà che
Venezia è una città di serve, tutti sanno tutto di tutti,
per carità Venezia è una città che farà la
fine di Bisanzio. L'eccellente compaesano di Casanova se vede un negozio
di vetrerie di Murano, passeggiando per Milano, si mette a piangere dalla
commozione.
Fatto si è che Torino è una città che non si concede
facilmente, chiusa nella sua atmosfera un pò fredda e calvinista.
Ma a Torino c'è tutto e niente, e proprio qui sta il suo fascino.
E' una città puritana, ma piena di sale da ballo e nights. Vi hanno
gravitato Don Bosco e Cottolengo, ma è il luogo d'Italia dove più si
coltivano i riti esoterici, satanismo e cosi via per intenderci. Vi sono
i ghetti di Via Artom, e delle Vallette, ma anche le splendide ville in
collina e l'aristocratico quartiere della Crocetta. Ci sono grandi squadre
di calcio come il Torino e la Juve, ma i tifosi non bausciano in giro come
fanno quelli dell'lnter e del Milan. C'è una squadra di basket d'elite
come la Berloni e poi più niente fino alla C2, Torino è come
un fuoco che cova sotto la cenere, basta un soffio di vento, e sai che
incendio viene fuori. La malattia aristocratica è pienamente comprensibile
in una città che è stata capitale circa un secolo fa; ma
tanto per dirvene una, dal liceo più aristocratico, il D'Azeglio,
sono usciti Togliatti e Pajetta. Il basket è un happening domenicale,
andiamo a vedere quei ragazzoni vestiti di giallo che evoluiscono come
Nurejev. Eppure l'anno scorso un progresso nel numero delle presenze c'è stato,
sentivamo attorno non freddezza ma il giusto calore. Certo, all'inizio
era maggiore il numero di coloro che amavano più il gioco tutto
dessert di Ray (il quale in un'azione eseguiva una schiacciata stratosferica
ma nella seguente "se la dava in faccia") che quello tutto bistecca
di May. Ma poi le proporzioni son cambiate: Della Valle "che non faceva
fino" con le sue entrate dondolanti (e poi, orrore! è di Alba)
veniva giustamente applaudito; Mandelli snobbato anche se della Crocetta,
veniva sostenuto a gran voce, anche l'ape Barberis (altro provinciale di
Ivrea) suscitava entusiasmo nelle sue rare apparizioni, Barberis è come
un pompiere troppo zelante: pompa alla mano, spegne l'inizio di incendio;
poi bisogna tagliargli la pompa e allaga la casa. L'ape Maja appena entra,
di solito tira e segna, poi bisogna far sparire il pallone altrimenti consuma
il canestro a furia di tiri.
Così cari torinesi che fate finta di non apprezzare la vostra città,
eccoci qua preparati ad una stagione nuova, eternauta con i suoi argonauti,
pronti ad un viaggio perigioso pur di raggiungere il vostro cuore, fiducioso
di riuscire. |