Il
Taccuino edito
da Libri di Sport di
Ricky Morandotti Editore a cura di Massimo
Turconi
I
brani tratti da questo libro che Dido Guerrieri e Massimo
Turconi ci hanno regalato nel 1996, fu presentato,
oltre che a Bologna anche a Torino a "All American" di
via Sacchi In un locale sotterraneo pieno di sport...a
volte si dimentica il profumo intenso di quel basket
e solo pochi che l'anno vissuto possono dire: io c'ero!
Con il senno di dieci anni dopo e rileggendo i brani narrati dal "Prof",
mi sono accorto che il tempo si è fermato e come una lezione di
storia contemporanea. Senza renderti conto, ti accorgi che si è fatto
mattino...incredibile come ti prende! E' veramente un pezzo unico di
storia del basket inter-nazional-piemontese che difficilmente si ripeterà.
Forse, nel nostro piccolo, riportare alla luce queste testimonianze,
potranno essere di sostegno ai giovani e meno giovani affinchè possano
godere di un momento di storia cestistica, ma anche di una visione culturale
del mondo di un uomo che ha saputo assorbire e trovare il tempo e lo
spazio per raccontare momenti della sua vita, con un tono di attenta
ironia, allegria, tristezza arrivando quasi sempre al punto di non ritorno
senza diritto di replica. Lo si intuisce e si legge da quello che dicono
i suoi assistenti e le persone che hanno collaborato nella sua "funzione" di
allenatore. Ha saputo vivere e cogliere ogni istante, da scrittore dell'era
moderna "futuristica" e ancor meglio saperlo raccontare da eternauta
.... Grazie Professore.... "Amici
di Franco e Billo"
Massimo
Turconi autore della raccolta
"il Taccuino di Dido Guerrieri"
..35
(?) anni, nato a Busto Arsizio (VA), sposato con Paola,
ha una figlia, Serena, di quasi due
anni. Allenatore di basket dal 1979, nel 1988 ha iniziato
l'attività di giornalista e attualmente collabora
a tìtolo continuativo per il settore basket, con
frequentissime "incursioni" anche nel calcio,
per il quotidiano "La Prealpina" di Varese,
il settimanale "Settegiorni" di Rho (MI) ed
alcune testate nazionali.
Studente a tempo perso presso la facoltà di Storia all'Università Statale
di Milano, condivide col professor Guerrieri la grande passione per la
lettura, i viaggi, Seattle, per la musica classica, per Mozart e per
i maggiori compositori del Settecento.
IL
TACCUINO CONCLUSIVO " Per
tutto c'è un momento, e il tempo per ogni azione, sotto
il sole. C'è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per seminare e un tempo per raccogliere, un tempo per
parlare e un tempo per tacere..." (Ecclesiaste 3-11)
Potrei
aggiungere alle parole del Profeta, che c'è un
tempo per scrivere ed un tempo per smetterla. Però chissà,
ora che ho chiuso la parte più importante della
mia vita e risiedo un periodo dell'anno a Seattle,
la mia Shangri-la, e l'altro periodo in Italia, la
mia patria, potrebbe tornarmi la voglia di ricominciare...
Mi è parso opportuno, dopo tanti anni di silenzio (cinque?), salutare
gli amici lettori e ringraziarli per l'affetto dimostratomi in tanti
anni e ancora fino a poche settimane fa.
Cosa fa l'Eternauta in America? Segue da grande appassionato il baseball,
il basket (alla fine e all'inizio della stagione) e il football. Frequenta
le numerose e ben fomite librerie. Si gode la bellezza della natura e
della città. Prende nota delle cose da fare, degli amici da salutare
nel periodo della permanenza in Italia. Si annulla negli splendidi tramonti.
Fa nuove conoscenze
americane. E soprattutto pensa. Bilanci? Non ne faccio. Progetti? Chissà ...
Qui, dove è facile vivere in sintonia con la natura, si può pensare
e cercare di capire se, come diceva Malroux, si è riusciti a fare
la cosa migliore che può fare un uomo: compiere il maggior numero
di esperienze e trasformarle in coscienza.
Ancora un saluto dall'Eternauta, e, chissà, arrivederci.
Dido
Guerrieri
Proponiamo
qui di seguito alcuni brani raccolti dal "Il Taccuino"
ritratto
di un gentleman
alla scoperta di una città
alle sei del mattino
una coppia di cioccolatis
è tutto programmato
dieci comandamenti di Jim Mcgregor
un occhiata all'alfabeto
la difesa Karatè
è difficile imitare Diogene
la ragazza col casco
Un grazie alla Truppa
Libri da bruciare
La filastrocca del coach
I passi Perduti
Il Poeta o vulgo sciocco...
I pregi della Musica
In un altra dimensione
Ritratto di un Gentleman
The day after, era finita la
regular season,stavano per iniziare i playoffs. Noi della
Berloni avevamo due settimane da attendere, prima dei quarti
di finale. Cosi mi concessi due giorni di sosta da passare
al "Colosseo" di Sesto San Giovannii. con famiglia
e gatto. Secondo posto a pari merito con la Granarolo, ufficialmente
terzo per differenza canestri. Non c'è male, se pensiamo
che abbiamo giocato quattro partite e tre quarti senza Sacchetti,
una senza Caglieris, una senza May, tre e mezzo senza Bouchie
(e senza Ray, naturalmente) due senza Morandotti, sesto uomo.
Pazienza. Bisogna ritemprarsi. Resta solo da sperare di avere
Sacchetti per i playoffs. Nei due Day-offs, nei due giorni
di riposo, dovetti anche fare i! piano di allenamento pre-playoffs
e non fu tanto semplice, senza Sacchetti e senza Morandotti,
partito per la Finlandia con la Nazionale Juniores. Cercammo
di fare delle amichevoli, che volete che vi dica? E' inutile
lamentarsi, e poi, come dicevano i padri romani, "per
aspera ad astra". Quando questo "pezzo" uscirà,
sarà -credo - il 7 maggio. Allora, probabilmente la
Berloni ed io avremo deciso reciprocamente se continuare
o meno il nostro rapporto di collaborazione. Scrivo con largo
anticipo, quindi dovrà essere considerato "vergin
di servo encomio e di codardo oltraggio" da chiunque;
compreso l'interessato stesso, leggerà quanto mi accingo
ora a scrivere, un tentativo di descrizione di Beppe De Stefano,
generai manager della Berloni.
Beppe nel basket che conta lo conoscono tutti. Membro di "giunta" della
Lega, è senza dubbio una delle menti più illuminate della
pallacanestro italiana.
Più vecchio di me di un mese, è figlio di un ufficiale dei
bersaglieri ed è nato e cresciuto ad Asti, una città dove
ha sempre mantenuto la propria residenza ed alla quale è profondamente
attaccato. E' stato goliardo nel senso antico della parola, beffe e bevute;
e giocatore di basket -prima nella Libertas Asti, più tardi nella
RIV Torino, temutissimo per i gomiti aguzzi che usava senza pietà.
Laureatesi in Storia, ha vinto una borsa di studio negli USA dove ha passato
qualche tempo.
Al ritorno in Italia ha lavorato come funzionario presso diverse ditte,
ma quando ha smesso la carica di giocatore ha dedicato sempre più tempo
al basket praticamente ideando e costruendo la Saclà di Asti, squadra
che ha scalato le classifiche fino alla serie A.
Poi ha iniziato il progetto-Torino, ed ecco la Saclà con l'Auxillium
di Don Gino Borgogno, ed ecco nascere la China Martini-Grimaldi-Berloni.
Questa è stona recente, anzi contemporanea. Tutti conoscono De Stefano,
l'uomo compito, il piemontese all'antica, il gentleman che fa tacere tutti
quando si alza in un'assemblea e con poche parole centra il problema. O
che si alza a metà di un convivio e ringrazia i presenti con stile
ed umorismo.
De Stefano, che veste con conservativa eleganza, per me somiglia - alto,
capelli bianchi, aria distinta, occhiali - ad un professore universitario
americano della Yvy League, che so, di Prinecton, Vale, Harvard. Quando
poi indossa un suo giaccone impermeabile e calza un Borsalino a tesa un
po' larga, sembra proprio il suddetto professore quando esce, un sabato
od un giorno di vacanza, e va a comperare semi per il suo orto od un paio
di cesoie per potare il suo giardi no.
Alla
scoperta di una città " Ciao Turin, mi vadu
via"
(da una vecchia canzone torinese)
A Torino, come si sa, vivo
da solo. Ho un letto superallungato, e fornito di tanto
di asse sotto il materasso. Ci sono cioè tutte le
premesse per dormire bene, e così avviene, normalmente;
ma verso le sei si scatena un traffico infernale e spesso
mi sveglio con l'impressione che un autobus sia penetrato
con prepotenza nel bagno. E' ormai troppo tardi - e c'è troppo
fracasso - per riprendere sonno, così me ne resto
allungato ancora un'oretta ad ascoltare sonnacchioso il
fragore di fondo punteggiato dal suono querulodeì clackson
e dall'urlo angoscioso delle sirene (abito vicino ad un
ospedale); e lascio che immagini ed idee si associno liberamente
e pigramente nella mente, neppure certo, a volte, di essere
sveglio e di non stare sognando.
Fragore, rumore, fracasso, violenza, cozzo, pugno. .......
E' impossibile non notarli, sono tanti e quasi atipie morfologicamente
ben diversi dai per certi versi. A volte sembra di trovarsi in un bar
messicano. Però i meridionalesi (meridionali-piemontesi) sono
silenziosi, quasi timidi, molto sjfati. Quasi che volessero scusarsi
di essere Lì. Povere anime, ingaggiate a colpi di treni speciali
quando serviva manodopera e adesso che c'è crisi i primi ad essere
sbattuti fuori dalle fabbriche.
Ormai è inutile che mi ricacci a letto, passerò alle pratiche
igieniche e poi andrò in ufficio, torcia doccia ed a questo punto
mi manca un « Silivestro che, nella casa di Sesto, ha la sua assaltino
in bagno e quando mi vede entrare «te entrare anche lui a fare
i suoi bisogni. Oppure guardare affascinato l'acqua del bidet che corre.
Oggi è martedì, alle dieci c'è l'atletica al campo
Fiat, Ora che il ritmo è meno frenetico, un allenamento al giorno,
due al martedì ed il venerdì devo trovare un pò di
tempo e cercare di andare qualche volta in giro a conoscere Torino. E'
già autunno e la collina oltre il Po è spes-ivrsscosfa
da una caligine che prelude alla nebbie. Comincerò allora con
qualche esplorazione «centro, andrò a fare la prima colazione
in un bar antico. Prenderò un cioccolato - a Torino è d'obbligo
- anche se mi brucerà le papille della lingua. E poi voglio farmi
con calma via Po e entrare un pò in qualche libreria. Cercherò di
stare attento, di cogliere un pò di atmosfera, di cominciare a
sentire, se non a capire. E' troppo presto jsrintuire, figuriamoci per
capire. Allora, per ora, scoprire. ,—,™
Sono convinto che Torino un cuore ce l'abbia, e bello grande, anche.
Devo avere solo la forza di strapparmi dalla routine, guarire dal morbo
di Primo, i cui sintomi sono: necessità assoluta di stare in ufficio
o in palestra, o in casa, naturalmente.
Devo svegliarmi più arzillo, dormire di più. Metterò dei
tappi alle orecchie.
ALLE SEI DEL MATTINO " E venne l'alba dalle dita
di Rosa" ("Odissea", Omero)
E' un mattino di aprile, anzi,
sono le sei del mattino. Mi sono stancato di rigirarmi come
un dannato tra le lenzuola. Sveglio dalle cinque, ho provato
a leggere per cercare di riprendere sonno, ma non c'è stato
nulla da fare. Questa seccatura del risveglio precoce mi
capita di rado, ma se capita non c'è niente da fare.
Sarà più lungo il mattino e più faticolo
dirigere l'allenamento. Tutto qui.
D'altro canto, sono trascorsi otto mesi esatti dal primo giorno d'allenamento
(con un intervallo massimo di due giorni, per Natale). Un pò di
stanchezza nervosa ci sta. E non è tempo di vacanze e di mare, quello
dei playoffs.
Per i playoffs bisogna avere nervi di acciaio. E non tanto per preparare
e dirigere partite senza appello, quanto per resistere alla pressione che
viene esercitata dall'ambiente e dalla stampa. Ormai il basket come tale è sfuggito
di mano agli addetti ai lavori. Potrei benissimo non distinguere un canestro
da una borsa della spesa, per quel che conta.
Quel che conta è, almeno una volta al giorno, stilare, per conto
di un giornalista ignoto, la classifica finale (figuriamoci!) secondo le
mie previsioni. Al mattino, si sa, bisogna leggere i quotidiani sportivi
per tenersi informati. I quotidiani, se non vi sono cronache delle partite,
presentano ogni giorno consuntivi, organizzano processi, fanno previsioni
o intervistano un personaggio.
In un consuntivo sulla "regular season" ho letto che la mia squadra
difende a zona. Su 1210 minuti giocati (in due partite abbiamo dovuto ricorrere
ad un tempo supplementare) la difesa a zona l'abbiamo impiegata esattamente
52 minuti. Fate voi. In un altro ho letto che abbiamo sì ceduto
Sacchetti, ma l'abbiamo sostituito con Gibson. Forse Sacchetti è americano,
e non me ne sono mai accorto: Romeo Little Bag. Ventuno vittorie e nove
sconfitte (l'anno scorso ventidue e otto, con un campionato meno difficile
e con Little Bag in più). Poco carattere fuori casa (nove vittorie
su quindici incontri) L'onta di essere stati sconfitti in casa dal Banco
di Roma per due punti. Quando il Simac, squadra - se mi permettete - più forte
della mia, dal Banco in casa ne ha beccate ventitré, nessuno si è scandalizzato.
Va bene, come direbbe il comico domenicale Massimo Boldi. Cambio un pò giornale,
passo ad un quotidiano locale. Qui apprendo che i tifosi torinesi di basket
hanno il palato fino, e che per accorrere in massa pretendono almeno la
finale per lo scudetto. Poveri cocchi. Palato fino? Sarebbe come se uno,
dopo aver mangiato una ventina di volte al ristorante, si mettesse a scrivere
un trattato di gastronomia. Da quanti anni c'è il grande basket
a Torino? Come direbbe il goliardone quasi vegliardo Renzo Arbore meditate,
gente, meditate. Cari tifosi, continuate a mangiare, pardon, volevo dire
a vedere il basket, e il palato ve lo farete. E venite a vedere tutte le
partite, altro che la finale per lo scudetto!
Sono esattamente otto anni di seguito che a Portland, sede dei Portland
Trail Blazers, fanno il "tutto esaurito". La capacità è di
12.666 spettatori, e le partite disputate all'anno sono 41 di regular season,
alle quali vanno aggiunte quelle dei playoffs. E non mi pare che a Portland
abbiano disputato tutte queste finali-scudetto!
Magari a Portland cercano di giocare bene, riuscendovi abbastanza. Magari
cerchiamo anche a Torino, ed a dar retta ai giudizi lusinghieri di Gamba
e di molti colleghi (regolarmente pubblicati dalla stampa) anche noi ci
riusciamo. Vi siete accorti che prima del campionato scorso abbiamo ceduto
uno dei più grandi tiratori di tutti i tempi, Brumatti, e prima
di quest'ultimo campionato il miglior giocatore italiano dello scorso anno,
Little Bag? Morandottì, l'Angelo Biondo che fa emettere gridolini
di voluttà alle torinesi, l'abbiamo comperato in giro o allevato
in casa? Cosa dici, tifoso ignoto? Che sei influenzato dalla stampa, la
quale non parla di noi e parla male? Figu-
riamoci. Vieni e documentati.
Cos'è quest'aria di disapprovazione lettore anonimo? Secondo te,
uso la mia "column" per scopi personali. Certo, è vero.
Perchè i miei colleghi più famosi cosa fanno? Auo parere
fanno crociate giornalistiche televisive per il bene della Patria cestistica,
o non lavorano per i loro club e per loro stessi? lo, carissimo, non me
la sento più di pigliare sberle e porgere l'altra guancia.
Quando questo sproloquio verrà pubblicato, probabilmente i playoffs
saranno esauriti. E ci saranno nuovi bilanci. Intanto, siete d'accordo
o no, io vi dico che di questa Berloni quarantasette vittorie e ventisei
sconfitte (inclusi i playoffs dell'anno scorso) sono orgoglioso. Sono matto?
Ma è un record alla grande migliore d Blazers, otto anni di tutto
esaurito. E poi, chi non è matto alle sei di mattino dopo un campionato
come quello 1985? Se tanto mi mi dà tanto i playoffs sarò pronto
per andare nel nido del cuculo.
UNA COPPIA DI CIOCCOLATIS
"
E spuntò l'alba dalle dita di Rosa" (Omero,Odissea)
Com'è eccitante la vita dell'allenatore! Per andare da Torino a
Gorizia impiegammo circa sette ore fra treno, sosta a Milano per coincidenza
e pulmann da Monfalcone a Gorizia. Dove poi in compenso perdemmo in un
discusso finale. Avevamo un solo americano e alcune decisioni arbitrali
- diciamo cosi - non ci sentimmo dì condividerle.
Come tutte le domeniche, la notte dormii male, e in più bisognava
alzarsi ad ore antelucane. A Ronchi ci aspettava l'aereo per Roma. Al "counter" del'aeroporto
esaminano i biglietti e ci informano che comprendevano il tratto Torino-Ronchi.
Penso al pomeriggio completo trascorso in treno e mando diversi accidenti
a chi so io.
A Roma ci fu appena il tempo di passare dall'aeroporto nazionale a quello
- poffarbacco -internazionale, poi via verso la Grecia. Era il mio terzo
viaggio verso la patria di Omero; il primo fu ad Atene nel 1970 con la
Nazionale Juniores, il secondo a Salonicco con la "Militare";
questo era il terzo, ancora a Salonicco dove c'era un torneo con alcune
squadre elleniche e - udite udite - la North Carolina University del mitico
Dean Smith. Ogni anno a Salonicco si festeggia Dimitros, antico eroe della
guerra contro i turchi; avrei preferito non partecipare ai festeggiamenti
con la squadra incompleta e malandata, ma tant'è, bisogna sempre
onorare gli impegni.
Arriviamo ad Atene ubriachi di stanchezza; ci fu un momento di entusiasmo
quando prendemmo al coincidenza per Salonicco. Il nome dell'aereo era Telemaco,
soprannome dato allo junior Calcagno aggregato per l'occasione alla compagnia.
Il tutto nasce dal fatto che, quando Calcagno si allena, è sempre
presente la madre che lavora instancabilmente a maglia, e ricorda Penelope.
Neanche atterriamo a Salonicco che ci sbattono un mazzo di rase in mano
e si presenta il nostro "attacchè". E' un laureato in
farmacia, ha studiato all'università di Pavia, e si chiama nientemeno
che Sofocle, Sofocle ci infila su un bus e ci guida direttamente al Palazzo
dello Sport. I giocatori si cambiano a spron battuto ed entrano in campo
contro ia Nazionale Greca. Sono le ventuno, guarda caso gli arbitri sono
greci, e ce ne fanno vedere di tutti i colori. Quando mi azzardo a protestare,
uno dei due (dal nome che suona come Cioccolatis) arriva di corsa con gli
occhi da matto, lo lo invito ad esercitare meno il patriottismo, ci puntiamo
addosso un dito a vicenda, lui prende il mio e lo punta verso di me, io
lo drizzo di nuovo e lo informo dove può ficcarselo. Sul finire
dela gara, il cioccolataio si prende cura di noi e ci sistema per le feste.
Perdiamo di due, poco male, hanno giocato tutti, anche gli juniores, l'importante è arrivare
vivi alla fine del torneo. Sofocle ci accompagna all'hotel dove risiedono
le squadre, il Macedonia, il più bello della Grecia. Quando finiamo
di mangiare è mezzanotte passata. Riccardo Casalegno, l'accompagnatore, è un
pò angosciato; sta calmo, gli dico, dobbiamo sopravvivere fino a
quando Di Stefano tornerà dall'America con un altro americano. E
campa cavallo...
L'Hotel macedonia è vicino al mare, la temperatura è mite,
e da quelle bande l'autunno è appena iniziato. Facciamo un giretto
in città e mi esercito a leggere le scritte greche. Però il
greco moderno è assai diverso da quello antico studiato a scuola.
Siamo sconvolti quando apprendiamo che "ape" si dice "sfiga";
particolarmente turbato è il mio secondo quintetto che, come noto,
io chiamo "le api di Don Michele".
Spendiamo il pomeriggio assistendo all'allenamento di North Carolina. Quattro
assistenti, un massaggiatore, tutto organizzato a puntino. Lo stretching
viene eseguito secondo gli ordini impartiti da un registratore. Ma - udite
ancora, udite - il leggendario Dean Smith dirige il tutto calzando scarpette
borghesi in cuoio con tacchetto, calzoni gialli da passeggio, e camicia
giallo-verde. L'olimpionico Smith che si comporta come il più becero
degli allenatori nostrani. Gamba sverrà quando leggerà questa
notizia.
In serata giochiamo con la Stella Rossa. Si, è vero, noi entriamo
in campo tutti - anche Telemaco - ma loro sono assatanati e segnano -pardon
- anche dal cesso; 67% il primo tempo, 73% il secondo. Zeravica, il coach,
mi spiega con noncuranza che quella è la loro normale media. S è vero,
me li taglio. Il giorno dopo mi intervista un giornalista di Atene e apprendo
che "gatto Silvestro", cioè il mio Silvestre, è celebre
anche tra i lettori greci di Superbasket. In serata affron-
tiamo il North Carolina; ahimè uno degli arbitri è Cioccolatis.
Quando gli americani fanno riscaldamento, lui applaude rapito! Nei primi
minut Morandotti viene quasi stuprato. Al settimo minuto non ne posso più,
mi alzo a protestare, i nostro arriva come un razzo e mi da un "tecnico1
Cerco nella memoria una parolaccia greca e gliela sparo in faccia a gran
voce, salutato da un caloroso applauso del pubblico locale. Cioccolatis
m espelle e cosi finisce il mio duello con il famoso Smith.
Danna prende benissimo il mio posto, alterna tutti i giocatori, e facciamo
buona figura. Di ritorno all'hotel mi accorgo di essere diventalo un eroe
per i tifosi americani al seguito. Chi rii offre da mangiare, chi da bere.
Chi mi invitaa mandare mio figlio a studiare in Carolina. Chi m ricorda
numerosi episodi di espulsione di Smith. Le signore mi chiedono di ripetere
la famosa parola greca e di spiegarne loro il significato, loto illustro,
un pò imbarazzato e loro si sganasciano. Forse mi conviene trasferirmi
in North Carolina
Si è fatto tardi, e la sveglia per la mattinai prevista per le 6:30.
Arriviamo a Torino dopo dfr dici ore, passo la serata a visionare un film
tfeb partita della Peroni. La domenica c'è poco* scherzare, noi
abbiamo un americano solo. Speriamo che De Stefano peschi bene, per qualcha
partita ancora dovremo arrangiarci, speriamo sempre che non ci arrivi tra
capo e collo una coppia di Cioccolatis.
E' TUTTO PROGRAMMATO "Crucifige, crucifige ...
orno che se fa rege..." (Jacopone da Todi)
Tempo e spazio, categorie disinutili,
forse interpretazioni derivanti da una realtà diversa
da quella che vogliamo vedere. Avanti erasmo da Rotterdam,
e l'Elogio della Pazzia, un urrah per Basaglia che ha interpretato
diversamente il malato di mente. Ma chi è il malato
di mente, e chi il sano; e cos'è la mente, cosa sono
il pensiero e la coscienza, già li vediamo rappresentati
a colori quando si generano, quando si formano; c'è adesso
un bell'apparecchio che spia nel cervello e zac, individua
tutto. Sentite un profumo? Ecco che si illumina di rosso
una zona cerebrale. Vi arrabbiate? Ale, un'altra zona si
colora di verde. Meditate su un problema? Ecco là che
il lavoro dei vostri neuroni, delle vostre sinapsi si pone
in evidenza, ecco l'energia elettrochimica delle vostre cellule
nervose che si sprigiona, ecco enei si forma il pensiero.
Computer perfezionati, ecco cosa siamo, hardware e software dentro un input
e pronta la risposta, avanti col calcolo binario, via le illusioni di trascendenza,
il pensiero è un fatto meccanico, tempo e spazio sono dimensioni
superate.
Almeno cosi pare, in un maggio apocalittico, cielo nero, pioggia e freddo
da battere i denti, la doccia mattutina, un'atto di eroismo (ma la macchina
va pulita), al bar viene voglia di una cioccolata calda (la macchina va
curata). Anche le leggi meteorologiche sono crollate, è normale.
Per un allenatore l'anno è la stagione: precampionato, campionato,
tutto programmato, tutto previsto, si sa quando si comincia, si sa quando
si finisce. Ma se sei catapultato nei playoffs, a meno che tu non disputi
la (inale, gara-tré, spareggio per il titolo, tu non sai quando
la fine arriverà, e quando arriva è improvvisa come la morte.
Ti rendi conto che attorno c'è gente che ha finito da un pezzo,
colleghi, giocatori, tutti quelli che vedevi ai bordi del campo quando
ancora partecipavi alla lotta. E salti anche tu nel loro limbo.
E' questa la stagione dei confini incerti in cui i giornalisti cercano,
chiedono, magari inventano notizie. E'questa la stagione in cui i dirigenti
contattano o cercano gli sponsor, i manager sondano in colleghi intrecciando
scheletri di trattative che poi non saranno chiuse. E' questa la stagione
in cui gli allenatori si preoccupano del rinnovo del proprio contratto,
se è in scadenza; o di procurarsene uno, se non ne hanno. Le talpe
son già allo scoperto, il lavoro di galleria ormai è concluso.
Quest'anno è andata di moda la pre-talpa. I primi movimenti di scavo
ed esplorazione sono iniziate in dicembre, pensate un pò. lo, se
ho bisogno di qualsiasi informazione o favore da un'altra società,
telefono al collega o alla segreteria. Qui atrivano telefonate quotidiane
da parte di svariati colleghi e cercano tutti del manager, per i motivi
più strani, pensate un pò. Ormai anche le talpe si sono computerizzate,
hanno il cervello elettronico, hanno incorporati uffici-previsioni, uff
i ci-sondaggi, uffici-di borsa, uffici- di marketing.
Adesso.però, siamo tutti fuori, al sole, sbattendo le palpebre sulle
pupille cieche, pronti ad essere preda della faina o della prima volpe
che passa; secondo come deciderà il destino, o secondo le combinazioni
elettrochimiche delle nostre cellule. Sulla stampa si inseguono i bilanci
della stagione ormai esaurita; sono spesso posati, spesso obiettivi, si
resiste abbastanza alla tentazione dello scandalo, c'è una certa
bonarietà, si cerca di evitare i crucifige a tutti i costi, lo direi
che prima di fare il bilancio consuntivo di un club, bisognerebbe anche
riesaminare quello preventivo. E allora si potrebbero emettere giudizi
più obiettivi.
Molti giornalisti sportivi hanno tutta la mia comprensione. Lavorano in
quotidiani che da qualche anno hanno sposato la teoria del titolone sensazionale,
dello scandalo a tutti i costi, teorie che hanno portato a vertiginosi
aumenti delle vendite. I direttori, quindi, spingono in questo senso, cercare
il dramma, e trovarsi tra incudine e mar-
tello non dev'essere piacevole. Dice: "Ma non fai mai dichiarazioni
violente, non fai mai proclami, non mi aiuti". Amici, avete la mia
comprensione ma lasciatemi fare il mio mestiere alla mia maniera. Sono
stato programmato così. Inoltre, prima o poi, sarà computerizzato
anche il basket. C'è il basket da tavolo, c'è il viodeobasket,
tra poco avremo il basket dei robot. E sarà difficile criticare
atleti ed allenatori, bisognerà attaccare il programmatore. Ma anche
il programmatore è a sua volta programmato e risalendo su e su,
sempre all'indietro, arriveremo ai vecchi computer, gli uomini dell'età della
pietra. E più indietro ancora al Paradiso Terrestre, Adamo non è stato
forse programmato. E il Peccato Originale è nato da una reazione
chimica imprevista, o è stato programmato dall'Ente Supremo. E come
la mettiamo col libero arbitrio?
Non lo so, non ci capisce più niente.
Sono cambiate le stagioni, è cambialo il modo di agire, di comportarsi,
di pensare. Infondo, tutto ciò è bello. Non c'è più nulla
di certo, tutto è avventura, o forse è stata programmala
anche l'incertezza?
I dieci comandamenti
di Jim McGregor per chiunque prenda in considerazione
la carriera di coach"
In un libro intitolato: "Called
for travelling", che acquistai in libreria l'estate
seguente a Seattle. Il libro, il cui titolo può indifferentemente
sigmlicare "Predestinato a viaggiare" o "Fischiato
per passi", mi fece compagnia nelle diciannove ore complessive
del viaggio Seattle-Milano. Polo misi da parte. E' saltato
fuori da una cassa giorni la (si sa, l'eternauta ha metà delle
sue cose negli armadi e negli scaffali, e l'altra ancora
o già nelle casse] e l'ho risfogliato rapidamente.
Non so se l'opera sia stata tradotta in italiano; se sì,
non voglio rubare il mestiere a nessuno. Voglio Intarmi qui
a proporre ai lettori, e soprattutto ai alleghi, quelli che
l'amico Jim (attualmente allenatore della Nazionale della
Colombia) definisce
1) Sposa una donna ricca. Le scelte della camera basate sul guadagno
possono condurre ad una vita di rimpianti.
2) Fatti licenziare il più presto ed il più spesso possibile.
Così avrai una straordinaria esperienza nella ricerca di un nuovo
posto.
3) Ricordati le regola d'Oro: gli amici sono comportanti delle vittorie.
D'altronde, la gente re li lasci alle spalle in un posto, può sempre
tìseie ancora là, nel caso che tu ritorni.
4) Adatta la tattica ad ogni situazione. In i-asteria, noi cerchiamo
sempre di rubare la pal-i. poi di tirare prima che gli altri si rendano
conto :rie ne siamo in possesso e possono portarcela fì. Dal punto
di vista dello spettacolo, è meglio, :«--------------Ì non
teniamo troppo la palla. Prefe-•'amo perdere la partita piuttosto
che gli spettaci
5ì Non essere una persona troppo buona. "residenti e generai
manager vogliono buoni al-lenaton, però tipi che si possono licenziare.
Se insano che la gente potrebbe dispiacersi di un wstrolicenziamento,
non vi assumeranno neppure
6) Preparati un'altra carriera e intanto cerca di impralich irti.
7) Coltiva le relazioni con i giornalisti Attualmente, è più facile
di una volta. Con l'avvento tetereporters, un coach può sposare
una giornalista
B) Allenati a sopportare la noia. Allenare coi successo consiste nel
(ar ripetere all'infinito noesi fondamentali. Alcuni giocatori afferrano
idea "ricevila palla con tutte e due le mani" la pnma volta
che se lo sentono dire. Altri non l'af-brano neppure alla centesima ripetizione.
Inoltre, addormentarsi durante l'allenamento, è da maleducati.
9) Sii versatile (e qui parla di una curiosa esperienza come allenatore
di baseball)
10) Fai cose semplici.
Non è certo l'umorismo che manca al buon Mac, né tanto
meno il buon senso. Non c'è dubbio che la carriera di allenatore
sia dura e difficile, e che possa essere spesso frustrante. Cresce sempre
di più il numero di giovani e giovanissimi appassionati che, con
gli occhi stellanti, mi confidano la loro intenzione di dedicarsi alla
carriera del coach professionista, lo credo che ognuno debba pensare
con la testa propria, quindi mi guardo bene dal dissuaderli. Se mi chiedono
un consiglio, do quello di trovare un lavoro che consenta loro anche
di allenare. Dopo qualche anno, potranno capire se conviene lasciare
il lavoro e tentare la difficile carta del professionismo; potrebbero
invece nel frattempo cambiare idea; e un lavoro, al giorno d'oggi, non
si trova ad ogni angolo della strada. D'altra parte, allenare non significa
guidare per forza la Scavolini o il Billy; ci si può realizzare
anche alla guida di una squadra di "C" o di una "giovanile".
Di solito, il giovane coach è affascinato dall'aspetto tecnico
del lavoro; beh, gli garantisco che in serie "A" il lato tecnico è solo
una parte, e non la principale, del mestiere. Ci sono i rapporti con
i dirigenti, con la stampa, col pubblico, c'è la gestione dei
giocatori.
Anche a livello-inconscio, si subiscono mille condizionamenti, si è sottoposti
a mille pressioni. Il guadagno non è travolgente, la carriera
non è lunga (salvo infarti, collassi, trombosi), le ulcere e gli
esaurimenti nervosi sono all'ordine del giorno.
In alcune città la gente ti riconosce in giro, ma questo può diventare
un guaio e non un piacere. McGregor con i suoi "Dieci Comandamenti" ha
scherzato, ma la carriera è dura e difficile.
Cosa dite, ragazzi: "Non vi interessa, volete provare lo stesso?".
Bene, fate come volete. D'altra parte, l'eternauta ha fatto, tanti anni
fa, la stessa scelta.
Un occhiata all'alfabeto Han fatto un dizionario a quattro
mani Rigatini e Pantani vent'anni alla bisogna stiero chini
Fanfani e Rigatini. Battete, deh, battete ora le mani al
celebre Fanfani gli applausi, orsù, largite o cittadini
al dotto Rigatini.
(da "14 moschettieri" di Nizza e Morbetti)
A: Arbitri - Poveretti, ne hanno già di tutti colori da guardare
adesso dovranno vedere con la regola "mano e palla" sul tiro.
Figuriamo: cosa succederà. E quelli delle categorie giovao li,
che invece di preoccuparsi di far pratica su passi e i tre secondi, andranno
a caccia della» fesa a zona?
B: Serie dove il masochismo impera.Tra, dirigenti e gli allenatori un
profluvio di squadre. soldi spesi in quantità, un campionato lunghi» mo,
e solo due promozioni.
C: Contropiede - Senza quello non a w ce. E si addice al nostro temperamento.
Cornei quello degli spagnoli che però lo sfruttano di p ???
e meglio.
D: Difesa - Con il bonus ad otto falli, tanti saluti alla difesa a uomo.
Dice, mach! ha proposto la modifica al regolamento, aveva buone intenzioni.
Ma di buone intenzioni è lastricato l'interno.
E: Etemauta - Autoqualifica copiata da un lurneito. che mi sono imposto.
Ne farei volentieri a meno, ma, se sarà necessario, continuerò a
girare fino alla morte.
F: Finta - Un'arte che va scomparendo. Ditemi per esempio quanti giocatori
conoscete che, prima di passare la palla, guardano in direzione opposta.
G: Gavetta - Molti giocatori e allenatori nostrani ne hanno fatta poca.
Nel nostro sport val più la pratica che la grammatica, i giovani
fenomeni sono come l'araba fenice. Prendete un'annuario della NBA e guardate
l'età dei migliori giocatori e dei migliori allenatori. E in Italia?
H : Hicks - E' un personaggio che merita l'ALA vederlo, sembra un americano
degli anni Cirtquanta, uno dei tanti soldati o marinai rimediati nelle
basi militari di Livorno o Napoli che militavano m tante squadre italiane.
Tiratori come lui se ne sono visti pochissimi, è lento ma si fa
trovare sempre smarcato, e da due come da dieci meln non sbaglia un colpo,
una specie di Bob Morse.
I: Italia - Nazione in profonda crisi economica, ma in quanto a basket
medaglia d'argento olimpica e sede della seconda, quanto a importanza,
lega professionistica mondiale.
J: dura - Che era dato per grasso e demotivato. E invece è magro
e nevrastenico al punto giusto, com'è suo costume. Sarà per
gli allenatori awersari un autentico "pain in thè ass" che
traduciamo liberamente con spina nel fianco.
K : Kant - Filosofo idealista tedesco, le cui opere sono oggetto di studio
e lettura normale perigiccatorinostrani. Kant,DiabolikeTexWiller, Ina
de aurea dei filosofi cui s'ispirano i nostri bastóni eri.
L: Livorno - Una piazza che si riaffaccia alla ribalta della pallacanestro
italiana dopo anni passati dietro le quinte. Livorno nel passato ha prodotto
personaggi come Bibi Formigli e Vinicìo Mesti, è slata
patria putativa di Stelio Posar. Bel palasport, buone tradizioni, buon
pubblico. Bene. M: Morte - Che, come ognuno sa, non è il peggiore
di tutti i mali. E'molto peggio: 1) retrocedere, 2] non essere ammessi
ai play-off, 3) sbagliare il giocatore americano, 4) non sedersi
immobili in panchina quando un arbitro lo intima.
N: Nano - E' così chiamato qualsiasi giocatore inferiore al metro
e ottanta. E' difficile per un tale cittadino essere preso in considerazione
da un allenatore. Normalmente, a un nano veloce, intelligente, aggressivo
e buon tiratore, viene preferito uno spastico, però alto un metro
e no vanta due.
O: Ottico -Artigiano specializzato, che viene a tutt'oggi snobbato da
molti arbitri che avrebbero invece bisogno di consultarlo frequentemente.
P: Paratore - II più anziano e illustre tecnico italiano, tornato
di moda da qualche tempo dopo un periodo passato nell'ombra durante il
quale è stato considerato 1) vecchio, 2) sorpassato, 3) rimbambito.
E lui da la paga a tutti.
O: Quorum - Difficilissimo da calcolare nel basket. dove esistono variabili
impazzite, come un infortunio, un arbitraggio avverso, un giocatore abbandonato
improvvisamente dalla morosa. Nel 1979 per essere promossi in A1 furono
necessari 32 punti in classifica; nel 1980 con 34 punti non si è ottenuta
la promozione.
R: Recion - Titolo nobiliare veneziano che i tifosi lagunari confluiscono
a gran voce all'Arsenale ai giocatori awersari quando lo speaker ne scandisce
i nomi.
S: Small - In inglese Piccolo. E' bene sapere, se si vuoi essere alla
moda, che i ruoli ad esso non sono più playmaker, guardia, ala
e centro ma point guard, guard, small forward, power forward, center
(guardia di punta, guardia, ala piccola, ala grande, centro).
T: Talpone - Mitico (ma non troppo) animale roditore coi baffi. Ci vede
benissimo e non è affatto cieco. E' un termine mutuato dalla lingua
livornese dove di pronuncia "(arpone" con la R. E' quello che
in Veneto viene chiamato pantegana, in italiano ratto.
U: Utility man - Così gli americani chiamano quei giocatori che
non spiccano molto ma che fanno un grosso e prezioso lavoro. Per fare
degli esempi italani, citiamo fra gli altri Zin, Ardessi, Pierich, Andreani,
chiedendo perdono agli innumerevoli qui non nominati.
V: Vittoria - Un obiettivo primario nello sport. Spesso ottenuta ad ogni
costo, calpestando magari qualche principio morale di troppo.
W: Wanted - Cioè ricercato. Si ricercano in questo momento: 1)
Giocatori che giochino per la gloria, 2) Massaggiatori che non siano
convin-
La difesa "Karatè" Se fra i cittadini
c'è un pugile valente
uno bravo nel pentathlon
o alta lotta non per ciò gode la città di buon governo
(Foclide)
I ritmi circadiani, in parole
povere, sono i ritmi biologici, seguendo i quali il nostro
corpo esplica le proprie funzioni, dunque vive. Il ritmo
dell'uomo normale, lino all'estate scorsa eradi circa ventiquattr'ore.
Dico fino all'estate scorsa, in quanto la passione per lo
sport ha distrutto il ritmo circadiano dell'italiano medio.
Tutti coloro che seguirono le trasmissioni televisive in
diretta da Los Angeles (camminano ancora adesso come zombies)
hanno sonno di giorno, si svegliano la notte, hanno appetito
sempre, o mai. Per quanto mi.riguarda, sonno ne ho perso
poco. Dopo aver vegliato per seguire la cerimonia di inaugurazione,
mi sono guardato bene dallo star sveglio in seguito: agosto è mese
di allenamenti, e non è d'uopo addormentarsi in palestra.
Personalmente ho assistito a due Olimpiadi: quella di Roma
nel 1960 e quella di Monaco nel 1972, quando ero assistente
allenatore di Primo assieme a Cenoni e Benvenuti. L'Olimpiade,
ve lo dico io, è una grande ipocrisia; il giuramento
iniziale è uno spergiuro vero e proprio.
Di dilettanti, nemmeno l'ombra. Per di più, ora l'antica manifestazione
nata in Grecia non è altro che un gigantesco affare commerciale,
sponsorizzazioni palesi e nascoste, diritti televisivi, e chi più ne
ha più ne metta. Inoltre è un'occasione politica; una volta
la boicottano i Paesi del Terzo Mondo, una volta gli Stati Uniti, una volta
i Paesi dell'Est. Per me l'Olimpiade è morta da un pezzo. Si disputino
ogni quattro o cinque anni, in sedi accuratamente separate, i campionati
mondiali open dei vari sport. Meglio per tutti. Fine del nonsenso. Ma è possibile
che all'Olimpiade gareggino quelli del dressage, che non ho neanche capito
bene in cosa consiste, e non sia ammesso il tennis, che è giocato
anche dai cannibali? C'è il nuoto sincronizzato, e perché no
il football americano? E la medaglia nel tiro alla pistola da sei metri
e mezzo, sai com'è importante!
Al livello delle Olimpiadi si tengono i nostri quotidiani sportivi. L'italiano
come lingua è un antico ricordo. Vanno di moda i titoli che iniziano
col "che", roba da far rivoltare Dante e Manzoni nella tomba. "Che
bravi gli azzurri!". "Che gara la Simeoni!" "Che vergogna
nella staffetta!".
Dice, ma con questo stile vendiamo molte più copie. Se il problema è questo,
se ne potrebbero vendere di più con foto di famose attrici svestite
pubblicate in prima pagina. Oppure si potrebbero compilare le edizioni
regionali in dialetto la Dorio la gà vinc/ù millesinquesento
metri" "Pavoni nun è trasuto in finale " "La
Nazionale de pallavolo ha piato la medaja de bronzo".
A proposito di medaglie, si sono esaurite (almeno spero) le polemiche inerenti
il piazzamento ottenuto in classifica dagli azzurri del basket a Los Angeles.
Hanno parlato tutti, mi permetto anch'io qualche considerazione 3 ruota
libera:
1) Olimpiadi o non Olimpiadi, attualmente nel mondo la classifica è:
I USA - II URSS - III ITALIA.
2) Ancora una volta si è visto che o meglio arrivare alle manifestazioni
internazionali direttamente dal campionato o quasi. Se il periodo intermedio è troppo
lungo, si va fuori forma. Con tre settimane c'è tempo per un breve
riposo e permettere a punto ogni cosa.
3) Non siamo gli USA e non lo saremo mai. In campionato, noi allenatori
ci regoliamo nel preparare i piani tenendo conto del tipo di gioco che
lanno le altre squadre, e del gioco più adatto alla nostra. In campo
internazionale si hanno meno notizie, ma bisogna adattarsi un briciolo
di più. Il basket non è la Bibbia. "Queste sono le mie
leggi, io faccio così". Sì, faccio così se posso.
4) Bobby Knight è un grande allenatore (che a me sta sulle scatole)
ma se allenasse in Italia sarebbe più flessibile. Nelle nostre squadre
giocano americani, nazionali, ultratrentenni, juniores, lutti insieme.
Non possiamo e non dobbiamo scimmiottare gli allenatori americani. Loro
allenano gruppi omogenei di universitari o semiomogenei di professionisti.
Che sono giocatori super.
5) Per la centesima volta, si è visto che in campo mondiale non è permesso
ai nostri giocatori di difendere a spinte e schiaffi (come l'innocente
Gamba ha rilevato). E quando vengono puniti dagli arbitri, i nostri modelli
si incacchiano pure. Quella che i nostri arbitri concedono, coartati da
buona parte delia stampa, che si ispira ai detti di colleghi ed interessati,
non è difesa, è Karaté. Se quella che vedo esaltare è difesa
Virile", ebbene alla Berloni useremo una difesa "tipo gay",
ma certamente più corretta. Oppure si forniscono ai giocatori guantoni
da boxe, e allora ce la vediamo con tutti.
E' difficile imitare Diogene Hai fatto mai all'amore?
Padre sì, con l'allenatore"
(dall'Inno degli allenatori della Val D'Aosta)
Alla fine - o quasi - dei playoffs,
il CAF organizzò una "tre giorni" a Bologna,
riservata agli allenatori di Serie A, maschile e femminile;
si trattava di esaminare il regolamento, indi, alla luce
del campionato appena concluso e delie relative esperienze,
proporre agli arbitri un'interpretazio-ne giusta e soprattutto
corretta. "Si bandisca il gioco duro - si esclama qua
e là -.Aiutiamo gli arbitri a reprimere le scorrettezze
mascherate o spacciate per gioco maschio".
I colleghi che hanno giocatori che praticano il karaté travestito
da Body Check, e che fanno i blocchi col gomito avanti, non potendo disporre
di un coltello, sono i più scatenati: "E' una vergogna - si
proclama - si restituisca la pallacanestro alla tecnica: di questo passo,
dovremo andare in campo coi guantoni da boxe". Musica per le mie orecchie:
ma, a sentire i colle-ghi, i miei giocatori i cazzotti, le gomitate e le
spinte se le debbono essere dati da soli. A furia di parlare di "difesa
virile" e "gioco maschio", chi non pianta un gomito nelle
costole ad un avversario o non gli molla una ginocchiata nel quadricipite,
si sente un finocchio.
Una volta erano temutissime le squadre russe: oddio, si diceva, quelli
ci tanno neri di botte. Adesso i russi li facciamo diventare neri noi.
Si mormora da sempre che per la difesa noi ci ispiriamo all'America. Adesso
però non si può più imbrogliare nessuno la televisione
la guardano tutti, a Torino magari non sanno la formazione della Berloni,
ma quelle dei Washington Bullets o dei Kansas City Kings, la conoscono
tutti. Nella NBA tutti temono il trio dei Bullets (Mahorn, Ruland e Ballard)
specialisti in gioco duro. Beh, spediteli qua, li sistemiamo noi in quattro
e quat-tr'otto. Mah, adesso tutti sembrano convelliti. E' vero che l'inferno è lastricato
di buone intenzioni. Ad ogni modo, meglio quello che niente.
Cosi si stila un documento e si nomina una commissione che poi fungerà da
messaggera presso il GIÀ ed il Presidente Federale (bono, quello
- N.d.R.).
La riunione, ben diretta da Costa, Taurisano
e Todisco, rallegrata dalla presenza di Nini Ardito, i strutto re del CIA,
fu però disturbata da un continuo va e vieni. Chi doveva telefonare
e chi ricevere telefonate. Ogni tanto, due colleghi si appartavano e si
scambiavano notizie su giocatori da acquistare e panchine (ormai agli sgoccioli)
da conquistare. Ad un certo punto, fui tentato di appiccicarmi un cartello
con scritto: "Per informazioni sui miei giocatori (disponibilità,
prezzo) rivolgersi al mio manager".
Pensavo anche che, non avendo ancora firmato il contratto per l'anno nuovo,
se si fosse sparsa la notizia, vi sarebbero stati tali sprint verso il
più vicino telefono, degni dei velocisti olimpici.
Lajos Toth, con la sua faccia da gallone simpatico, era l'unico che non
veniva guardato con sospetto quando andava a telefonare: tutti erano a
conoscenza delle sue attività commerciali con l'Ungheria. Un gruppo
di noi risiedeva al Gardert: il "Barone", il "Gattone",
il "Playboy", il "Talpone", "Don Lurio", "l'Alpinista".
Dopo cena giochiamo a ciapanò, e alla prima presa che faccio il
Talpone, per non perdere l'abitudine, mi rifila un asso fuori via. Si va
una sera a cena con Dino Costa a Casalecchio: vengono con noi anche Oscar
Eleni e Claudio Pea; e Gianni Asti ancora ingenuo, racconta le sue traversie
a Claudio. Quando gli spieghiamo che il buon Pea è quello che provocò il
silenzio-stampa della Nazionale di Calcio al "Mundial", Asti
sviene mentre il suo interlocutore sghignazza malvagiamente. Negli intervalli
e nei momenti più impensati salta fuori come un diavoletto di Cartesio
Gigi Porcili che spara scongiuri sul muso di chi gli fa complimenti e auguri,
Nessuno osa chiedergli un biglietto per la partita. Scherzi e battute se
ne fanno a josa; chissà cosa penserebbero i nostri giocatori se
ci vedessero e ci sentissero. Per la verità, chissà cosa
pensano di noi in generale.
Fuori, sembrano vecchi goliardoni che si ritrovano per una cena vent'anni
dopo il conseguimento della laurea. Dentro, ci sono ferite aperte e vecchie
cicatrici. Troppe ne abbiamo viste.
Così ad occhio, vent'anni fa, il sottoscritto allenava il Fori)
in serie B, il Barone giocava a Milano in serie C, il Talpone era a Gorizia,
l'Alpino dirigeva il settore giovanile a Cantù, il Gattone faceva
il giocato re-allenatore a Casale, Don Lurio allenava TASSI Brindisi. Tutti,
meno bravi di adesso, ma tutti più sinceri.
Il Vecchio Eternauta non aveva ancora salpato le ancore per il primo viaggio.
Caro Diogene, un giorno o l'altro mi attrezzo con botte e lanterna, proprio
come te, e mi metto a cercare l'uomo. Un'impresa sempre più difficile,
ogni giorno che passa.
La ragazza col casco Non ti potrò scordare piemontesina
bella .... (da una celebre canzonetta)
All'inizio dell'estate due terremoti
scossero il mìo club. Per questioni di bilancio venne
ceduto Meo "Magie" Sacchetti, capitano e colonna
della squadra che si era classificata terza. Le fondamenta
ancora traballavano, quando arrivò una nuova scossa
che fece impazzire gli strumenti sismografia. Beppe Di Stefano,
vero "factotum" della società, piemontese
al cento per cento, deciso che era ora di piantarla li col
vino rosso, e di dedicarsi un po' alla degustazione del bianco
frizzante; raccolse armi e bagagli, e passò alla corte
dei fratelli Benetton, nel lontano oriente cestistico italiano.
L'avvenimento mi sbalestrò non poco, e mi venne la tentazione di
continuare le mie esperienze di eternauta, piantando baracca e burattini,
e facendo vela verso un'altra direziona.
Poi pensai all'anno trascorso a Torino, al club che mi aveva trattato bene,
ai giocatori che avevano lavorato con me, ai nuovi amici che mi ero fatto.
Alla città capitale dell'automobile che mi aveva permesso di non
guidare la mia per un anno intero; alle cose ancora da fare con la squadra
appena abbozzata in un anno; alia vita tranquilla - in tuta dalla mattina
alla sera - che avevo promesso di interrompere con qualche puntata mondana:
in un anno mai ad un concerto, mai ad uno spettacolo. Pensai agli amici
nuovi • chi ha detto che i torinesi sono scostanti? - con cui avevo
spartito conversazioni impegnate, o scherzi e risate fino a sentirsi male.
Perfino Silvestro, in un paio di apparizioni via auto e gabbia, aveva mostrato
di gradire la sistemazione. Allora accettai la riconferma, annodando saldamente
la fune della mia mongolfiera al comignolo di Via Turati 25/4, e preparandomi
alla nuova avventura.
In sede si vissero momenti febbrili, ci fu il momento del passaggio delle
consegne; arrivò il nuovo manager, Alberto Petazzi, meno male, ci
conosciamo da una vita, il trapasso - pensai -sarà meno doloroso.
Beppe Di Stefano si fermò un poco a Torino per introdurre nei giusti
meccanismi il collega. La confusione, fatalmente, raggiunse il parossismo.
Petazzi si installò nel suo ufficio, e Beppe si piazzò nel
mio. Tramontò ogni speranza di usare il telefono. Ogni tanto si
spalancavano contemporaneamente, i due uscivano, si incontravano a metà strada,
e cominciavano a parlare fitto fitto. Proposi che si telefonassero da un
ufficio all'altro, e il suggerimento fu accettato. Un flash. Scena: porte
dei tre uffici (manager, allenatore, segreteria) chiuse. Nella saletta-riunioni,
uno dei segretari, Cecioni, riceve due dirigenti di una piccola società.
Nel corridoio siede Celenza, un giovane "acquistato" da Vasto,
e ascolta me e l'assistente Danna parlare con Lady Pessina, e il figlio
Davide, un altro nuovo giovane. Di colpo si spalancano le tre porte chiuse,
e schizzano fuori: 1) Petazzi; 2) Beppe Di Stefano; 3) Mario Di Stefano,
capo della segreteria, preceduti da una ragazza con zaino e casco da motociclista.
Chi fosse, l'ignoro tuttora: giuro tuttavia che tutto ciò si è verificato
in sede-Berloni, non nel film "Helzapopping" (per i meno giovani)
o in "Animai House" (per i più giovani).
Poi passarono i giorni e piano piano le tessere cominciarono ad andare
al ioro posto. I weeks furono al fine liberi, cosi ho avuto l'opportunità di
visitare, in un paio d'occasioni, un nuovo pianeta. Sono stati infatti
introdotti dagli amici coniugi Casalegno nel mondo della piola, che in
piemontese significa osteria, come quella (con annesso campo di bocce)
che sorge sulle rive del Po, vicino al cimitero di Sassi.
Ci si siede all'aperto, col litro di vino o la gazzosa, e si gioca a scopa.
Si conoscono tutti, ma se non si conoscono non importa, tutti parlano con
tutti, ii pensionato col lattoniere, l'avvocato con l'imbianchino, la professoressa
con la domestica ad ore. L'atmosfera è da utopia, si intavolano
discussioni su qualsiasi argomento, e tut-
ti partecipano. E' come l'areops di esercitazione retorica su antiruggine
sia la migliore, op disastrosa per il raccolto delle e La lingua ufficiale è il
dialE ancora mi sfuggono, però mi sfc gressi. Quando viene l'ora
di ce tito siede attorno a un lungo lave del giorno, che so, acciughe,
p coniglio, peperoni; e naturalmer la casa.
Se è sabato, all'imbrunire pia di suonatori - marito alla chit fisarmonica
- e si balla il liscio, li è un piacere, e l'allegria cresce. si
ringalluzziscono. Il conte Danc ma con discrezione.
" Cianuro" - così chiamato p di tutto - a volte è un
po' pesante, rio, il baffuto Sor Michele, un e> ha combattuto a Dien Bien
Phu, solo sguardo. Si ammirano tersicoree di "Ombre Rosse", cor metri,
che somiglia a Gary Coop soprannome alla predilezione pe casa. Ormai parecchi
sono su di g e le battute, ma tutto resta conte limiti: Sor Michele controlla.
Si fa tardi, i suonatori ripo menti, si respira l'aria fresca che sale
in macchina, si torna a casa fo nel mondo genuino della piola, eguali,
dove lutti sono amici, do\. dire la sua, dove si parla di Platini centi,
di politica e di religione, di vi Si, ci sono ancora molte cos a Torino.
I fratelli della panchina (Formazione delle api della Berloni)
APE MARIA-BARBERIS
APE TERRONA-GUZZONE
APE NOBÌLE-DELLA VALLE
APE BABY-MORANDOTTI
APE DOTTA-MANDELLI
Nella nostra squadra, la Berloni, tutti hanno la possibilità di
giocare nei primi cinque: per adesso, tale possibilità è stata
data ad otto giocatori su dieci. Tuttavia è noto che, per ora, "l'ideai
di starting five" è composto dai tre azzurri e dai due americani.
Da molto tempo ho battezzato gli alri cinque "le api". Loro
sanno come si sta in panchina, e una volta, molto spiritosamente, mi
hanno regalato un grosso fischietto con su incisa la frase: "If
you want me, whistle" (se mi vuoi, fai un fischio). Fa parte del
dovere di un buon giocatore saper star bene in panchina. Alle mie Api
dedico questa traduzione di un'intervista fatta da un giornalista americano
alle riserve dei Los Angeles Lakers nel 1980. Le riserve, auto battezzatesi "I
fratelli della panchina" erano: Brad Holland, Oliver Mack, Michael
Cooper, Marty Byrnes (attualmente in forza alla Vicenzi) e Don Ford (l'anno
scorso alla Berloni). Ecco il testo dell'intervista:
1 fratelli della panchina hanno un capo?"
Cooperi "Ford è il nostro capo. E' il nostro Eroe. E' il
Presidente".
" Avete posti fissi in panchina?".
Ford: "No, ma so la squadra sta andando bene, non li cambiarne.
E' il protocollo. Quando i Molari vergono sostituiti, ci spostiamo, perché chi
esce vuole sedere all'estremità della panca. Non epiacevole farsi
sudare addosso. Specialmente se dobbiamo fare due o tre partite in trasferta,
e non c'è il lempo per farsi lavare l'uniforme".
" Qual è il posto migliore?".
Ford: "Quello più lontano dal coach". ^'-'
" Ai miei tempi i giocatori litigavano per sedere vicino al coach",
Holland: "Qui avviene il contrario".
" Perché quel posto è il migliore?".
Byrnes: "Non devi chiedere l'acqua o il tè, (i puoi prendere
da solo. Però ci sono anche degli svantaggi. Al Forum c'è una
cheerleader che non tonai visto perché siede nello stesso posto
ad ogni partita, è impossibile vederla dall'estremità della
panchina".
Ford: "Quando siedi in fondo alla panca, puoi fare commenti senza
essere sgridato. In realtà. se la panca è molto lunga,
puoi appena udire il coach quando ti chiama".
" Ford, quando coach Westhead sostituì Mertney, ti chiese di sedere
vicino a lui: In difficile MJ te adattarti?".
Ford: "Gli dissi che non sapevo se avrei potuto divertirmi a guardare
la partita da un angolo differente",
" Durante l'incontro cercate di notare cosa era la strategia e l'andamento
della partita?". Ford: "Se capissimo qualcosa di strategia e tattica,
saremmo noi i titolari. Cerchiamo di incoraggiare un pochino gli altri, gridando
cose come: "Bravì! "o "Forza!".
" Come sono i tifosi che siedono dietro le panchine?".
Ford: "Si possono stabilire relazioni con loro. A Portland mi parlano
molto. Veramente, mi gridano dietro molto. E' divertente, finché non
co-T'ociano a lanciare qualcosa. Sono già stato pipilo con birra,
ghiaccio, cose cosi".
" Che tipo di commenti fanno?".
Ford: "Dicono cose come: "Vedrai che ti farà mirare.
L'anno prossimo" oppure: "Qual è il tuo ruolo quest'anno,
Ford? quarto o quinto cambio?".
Byrnes: "L'anno scorso Kelley stava giocando male e fu mandato in
panchina. Un tifoso gli porse un sacchetto di pop-corn e gli disse "Toh,
mangia. Tanto non entrerai più" .
" Byrnes, come trovi questa panchina, rispetto a quella dei Jazz che frequentavi
prima?".
Byrnes: "Questa è un po' moscia. Su quella dei Jazz si scherzava
di più. Ero seduto in rondo alla panca, e un compagno piazzato
tre posti più in là, tenendo le mani attorno alla bocca
per fare una voce diversa gridò: "Byrnes! Byrnes!".
lo scartai verso il coach, ma naturalmente non mi aveva chiamato".
"Sono comode le panchine, al giorno d'oggi?".
Ford: "Houston ha una panca molto comoda ma stretta. Questo è spiacevole
quando sei in trasferta da un po' e le uniformi puzzano. Quella di Detroit
non va bene. E' troppo bassa, e ti trovi le ginocchia sotto il mento".
Byrnes: "La cosa peggiore è quando sei in vantaggio di 12
punti con un minuto e mezzo alla fine, e l'altra squadra ha ancora tre
sospensioni da chiedere. Ti tocca alzarti e sederti continuamente":
Ford: "Ti possono venire i crampi alle gambe".
Parlando di sospensione, dove si piazzano i Fratelli della Panchina durante
i time-outs?".
Byrnes: "Dipende da dove è piazzata la telecamera. Se è possibile,
cerchi di farti inquadrare. Sempre se è possibile cerchi di mostrare
una mano fasciata od una ginocchiera, così la gente capisce perché non
stai giocando".
Holland "Mack tiene la testa bassa come se stesse attento, ma con
gli occhi guarda su in tribuna".
"Vuoi dire che guarda le ragazze?"
Ford: "L'altra sera ho visto Holland contorcersi cosi (piega il
busto in avanti e guarda all'indietro tra le gambe), II coach pensa che
Brad fa lo stretch per esser pronto ad entrare in campo, ma lui guarda
le ragazze, sia pure da! basso in alto".
"Passate molto tempo a guardare le ragazze?".
"I titolari lo fanno quando sono in panchina, non hanno tempo di farlo mentre
stanno giocando. Noi abbiamo più tempo, e centriamo le persone giuste"
"Esiste un'Arca della Gloria, nei fratelli della Panchina?",
Byrnes: "Per me il più grande è stato Arcore James.
Controllava tutto, sul campo, sulla panchina
Un Grazie alla truppa "Where have ali
thè heroesgone?"
(da una canzone di Woody Gulhrie)
La Granarolo vince abbastanza
inaspettatamente a Torino, e da un secondo all'altro il
campionato per noi è finito. Questo succede nei
Playoffs: una sconfitta, e da un momento all'altro la stagione è conclusa.
Solo allora ti rendi conto che la squadre - il maggior
numero - hanno finito da un pezzo, e che l'anno scorso
in questo periodo stavi partecipando ai vari tornei postcampionato.
Piombi dall'attività più' intensa e ininterrotta
(abbiamo iniziato il primo agosto; nove mesi e mezzo continui
di lavoro) in una specie di nirvana. Occorre qualche giorno
per m-ganizzarsi mentalmente; sembra un fatto strano non
vedere quotidianamente i giocatori.
I giocatori, gladiatori di ci eco-basket, soldati di una guerra senza
morti, ma non certo incruenta, fratture ed ematomi, tagli e distorsioni,
denti spezzati ed interventi chirurghici. Dove sono andati i giocatori,
dove sono andati i soldati? Non li vedo da due giorni e già mi
mancano.
Non sta a me fare un bilancio tecnico della stagione della Berloni. Non
so ancora quali saranno i giocatori confermati. Però so che quelli
che hanno giocato nella stagione appena terminato già mi hanno
lasciato un vuoto dentro, e sono pieno di rimorsi perché non so
se ho dato loro abbastanza sul piano tecnico e quello umano.
Antonio Guzzone, ancora Junior, studente universitario, tarantino, potrà sfogarsi
a giocare a Grado, nelle finali nazionali juniores. Ha passato l'anno
marcando in allenamento Vecchiato, un compito poco divertente. Anche
perché Vecchiato in allenamento non ha pietà per nessuno
e chi entra nella "tonnara" (così chiamo l'area dei
tre secondi) viene sottoposto da Renzo ad inesorabile mattanza.
Stefano Barberis, l'ape per antonomasia, siala lottando con la gola.
Una decina di giorni di riposo potrebbero costargli cinque chili in più se
non saprà stare attento. Si macererà nell'astinenza leggendo
il suo prediletto "Lupo Alberto" e cercando di convincersi
che deve dedicarsi di più alla ditesa.
Carlo Della Valle, lui da (are ne avrà a sufficienza. Trafficherà col
suo negozio di dischi di Alba, andrà un po' in giro a sentire
concerti Rock, chiacchiererà con fratello Ferruccio, con cui divide
l'appartamento. Mio preferito "Whipping boy" (come dicono gli
americani) "Materasso delle botte" (come dicono a Forti) dovrà l'anno
prossimo decidersi a tirar fuori sempre il molto talento che ha, e non
saltuariamente.
Piero Mandelli non ha problemi su come impiegare il tempo libero. E'
quasi laureando in medicina, un uomo serio con poche distrazioni, qualche
lettura e un po' di enigmistica. Un esempio per tutti, in allenamento,
in panchina, in campo.
Ricky Morandotti, adesso ha la patente e una macchina d'occasione, è un
cuor contento. Fa qualche giretto qua e là, e poi non è a
riposo. Anche lui si allena con la squadra degli juniores. pronto per
essere la grande attrazione di Grado,
James Ray è già partito con la moglie, hanno un bambino
che li aspetta in America, tante cose da fare, tanii problemi da risolvere.
Un uomo bello e giovane, dotatissimo atleticamente, che a volte si comporta
come un cane bastardo, fa un errore e si abbatte, bisogna rincuorarlo
come si fa con i bambini.
Scott May l'orso Yogi, è a Bloomington, Indiana. Ha un figlio
di un anno, e un paio di partite da fare contro la nazionale olimpica
USA; una nelle file dell'Indiana AH Star e una con la nazionale olimpica
USA di Montreal. Se la pubalgia si deciderà a dargli requie.
Charlie Caglieris si cura ancora per qualche giorno la coscia infortunata,
insegna educazione fisica all'orario ridotto, accompagna i figli all'asilo,
legge con attenzione tutti i giornali e le riviste che gli capitano a
tiro. Un vecchio furetto sempre pronto alla battuta come un passaggio
folgorante.
Renzo Vecchiato, ne sono certo, si alza presto alla mattina e va a correre.
Lui è quello che gli americani chiamano un "Workaholic" un
lavoratore indefesso. Ha dovuto portare il mondo sulle spalle come Atlante,
un campionato e quattro partite dì piayoffs se giocate senza un
sostituto, senza un attimo di respiro, prima con una tendi nife dolorosa
ad un ginocchio, poi addirittura con un braccio talmente gonfio da essere
impossibilitato a stenderlo. Poche parole, ma sempre argute, pronuncia
il "re della tonnara"!
Meo Sacchetti capitano generoso, sarà già all'opera con
Vecchiato, e poi avanti e indietro a procurarsi cassette per il suo videoregistratore,
ad accompagnare la moglie Olimpia a scuola, a coccolarsi la piccola Alice.
Romeo è l'unico uomo al mondo che nessuno può odiare. E'
troppo buono.
Anche Steve Bouchie. l'indimenticabile Orzoro, si dedica ad alcune opere:
in questo momento aiuta il padre nella sua fattoria dell'Indiana, 300
acri, meloni e granturco.
Nove mesi e mezzo di duro lavoro, di sacrificio, di acciacchi, di dolore
fisico, di arrabbiature. Un terzo posto che lascia la bocca amara ma
la coscienza soddisfatta, la coscienza di chi sa di avere dato tutto.
Una città fredda verso il basket che ha cominciato a dar segni
di risveglio, che vi ha apprezzato. Una stampa che vi ha seguito e che
ha saputo riconoscere quanto di buono avete fatto.
Riposate un po' e preparatevi al futuro. I tre azzurri, all'avventura
Olimpica. Gli altri al loro destino cestistico, con la Berloni, mi auguro.
Il vostro nocchiero, il vostro capitano di ventura vi ringrazia e vi
abbraccia. In un periodo della mia vita in cui sono saltati tutti i riferimenti,
tutte le mie certezze, m cui tutto mi appare effimero o minaccioso, voi
che siete stati i miei soldati, restate i miei eroi.
Libri da bruciare The Pony Express on the Chilsom
Trail... " (da una canzone western)
Dopo qualche mese di calma,
ecco il Direttore di nuovo angosciato. A tutt'oggi, di
tre articoli spediti in tempo, non ne ha ricevuto che uno.
Si sa, per Pasqua c'è un ponte (lungo), ed appena
finito il ponte ne è cominciato un altro (abusivo),
in occasione delle partite di Coppa dei Campioni e Ut FA
di calcio. Tutta l'Italia in movimento: a Torino ho visto
pullman di tifosi provenienti da Ragusa. Qualcuno avrà chiesto
le ferie, qualche altro si sarà dato ammalato. Fra
costoro, chissà quanti postini.
Non voglio però incolpare questa simpatica categoria. Ho conosciuto
simpatici postini veneziani, per tradizione e necessità appiedati,
di lemperamento giovanile e naso paonazzo, dediti a consegnare la posta
fino all'ultima cartolina e all'ultima "ombra" di bianco tracannata
nei "bàcari" (osterie), insidiosamente disseminati sul
lungo cammino.
Quando ero fidanzato ed abitavo a Roma, mia moglie decise di scrivermi
una lettera. Donna di grande virtù ma notoriamente disattenta,
ricordava il nome della via ed il numero civico. Aggiunse alla lettera
una perfetta planimetria con l'indicazione della strada della casa, con
ulteriori spiegazioni per il postino. Cosa scrisse sulla busta come indirizzo? "Al
postino di Piazza Zama-Roma". Piazza Zama è una piazza non
molto distante da Via Segesta, dove sorge appunto la casa in questione.
Crederlo o no, il solerle funzionario postale recapitò la lettera.
Quanti anni (a? Adesso...?
Adesso ci sono codici postali, selezione automatica, il recapito in moto.
Infatti non arriva mai niente. Scioperi? Sì, a volte ci sono,
ma c'erano anche allora. Penso che, se il Direttore vuole usufruire ancora
della mia modesta collaborazione, dovrà istituire una specie di
Pony Express tra Milano e Torino. Cavallo, bisacce, stazione di posta
a Novara per il cambio di cavallo e via. Il cavaliere? Scelga il Direttore.
Qualcuno lo troverà. E poi, adesso, l'equitazione è di
moda.
Peccato non ci sia più l'arma della Cavalleria classica, così elegante,
così romantica. La famosa "Carica dei 600" della cavalleria
inglese nella guerra di Crimea. L'eroica carica dei cavalleggeri italiani
contro i carri armati russi sul Don.
Anche nel basket esiste la carica. La cosiddetta carica psicologica,
di cui ho parlato a suo tempo su queste colonne. Poi c'è la carica
simile a quella dei cavalleggeri, il contropiede seguito dall'eventuale
contropiede secondario, o transizione offensiva, se più vi piace.
Quando ero adolescente, ero un grande ammiratore della Ginnastica Roma
allenata dal grande dottor Ferrerò, e colonna della quale erano
gli amici Primo e Cerioni. La Roma giocava usando una grande ragnatela
di passaggi (allora non c'erano i 30") e vedere un tiro era un avvenimento.
Mi era antipatico il Borletti Olimpia (con Stefanini e Romanutti); gran
contropiede, al massimo giochi a due e via. Il primo vero allenatore
che ebbi fu Cafiero Parrella, gran praticone ed amante del basket di
corsa, lo sognavo azioni complicate, Cafiero andava per le spicce. E
faceva bene. Perché vincevamo.
Quando vidi l'Ignis allenata dal povero Rino Garbosi, il contropiede
cominciò a piacermi dal punto di vista estetico. C'erano duetti
iniziati da Nesti e conclusi da Zorzi (sì, proprio lui, iltalpone)
da far leccare i baffi. Poi...poi... posso dire che negli ultimi ventarmi
le squadre da me allenate hanno giocato bene e male, ma il contropiede
l'hanno usato tutte, dico tutte, e credo bene.
Da qualche anno, poi, la "carica" è tornata di gran
moda in Italia. Chissà, a furia di guardare partite NBA in televisione,
si sono aperti i crevelli, o sono cadute le fette di prosciutto dagli
occhi. Vogliamo parlare di squadre che hanno fatto la storia? Boston
Celtics, Los Angeles Lakers, UCLA, Real Madrid, Sìmmenthal, Ignis:
tutto contropiede.
Va bene, ma non tutti allenano grandi squadre. E allora, control bali?
Si, però nel campionato universitario americano, dove non esiste
- o non esisteva - la regola del limite anzitempo, e se uno vuole, la
palla se la può anche mangiare o mettere sola in tasca.
Contropiedi, transizioni, tiro rapido, buon equilibrio difensivo e aggressività sui
rimbalzi d'attacco. E il basket del futuro, è già il basket
di oggi. Bruciate i libri degli schemi. Questo è il mio messaggio
per i postini. Peccato che andrà perso, perché fino a quando
il Direttore non istituirà il servizio di Pony Express, ci sarà sempre
il rischio terribile che i miei vadano persi, con incomparabile danno
per l'umanità intera.
La filastrocca del Coach Longtemps, longtemps, longtemps
apres que les poetes ont disprue leurs chanson courent
ancore dans les rues... (Charles Trenet)
C'era un coach cosi piccolino
che quando l'ala, passava la palla sul muso gli dava e
gli rovinava il nasino.
C'era un coach cosi pesante che più di una panchina spaccò;
il suo manager risparmiatore, una di ferro gliene regalò.
C'era un coach così educato che i giocatori non sgridava; anzi,
nemmeno parlava, e pertanto era assai stimato.
C'era un coach così intellingente che la squadra non allenava: "Non
voglio sprecarmi -diceva - tanto nessuno capisce niente".
C'era un coach americano che ululava in inglese, una guardia zoofila
lo prese e lui gli morsicò la mano.
C'era un coach a tempo pieno che gli schemi in ufficio disegnava e le
pratiche in palestra sbrigava: ben presto divenne scemo. C'era un coach
che se ne fregava e allenava senza contratto; fu tosto cacciato di botto
e poi se ne la-
mentava. C'era un coach con l'assistente che la panca gli segava, e lui
che se ne fidava perse il posto immantinente. C'era un coach che dichiarava
che il play-maker è fuori di moda così la sua squadra è retrocessa
ma lui non è che si roda. C'era un coach che era speciale a lisciarsi
i giornalisti cosi quei poveri cristi non ne scrivevano mai male.
C'era un coach assai famoso - nello scegliere gli americani ne ingaggiò uno
zoppo e uno monco - e si lamentò dei giocatori nostrani.
LA BALLATA DEL TALPONE
C'era un coach che voleva essere morte perché tutto gli era andato
storto: la preparazione, il campionato, di andata il girone, e in quel
di ritorno fu poi disgraziato. Si gettò in mare con un sasso al
collo ma era bassa marea, ebbe solo lo scollo del cuoio capelluto, gli
venne lo scorbuto. la peste, l'epatite, e poi quattro ferite. In pieno
delirio si bevve il collirio, il suo presidente gli disse: "Non
sente che son solidale? Non se l'abbia a male, la metto a riposo, di
questo mi scuso, ma lei capirà, c'è la sua salute la probità da
salvaguardare, perché poi allenare?" È intanto di
tuoi qualcuno squittiva. Apparve una fata che il coadi avvertì: "Prima
o poi un talpone arriva"
BLUS DELL'ARBITRO
Arbitro dall'uniforme color della polvere tòstamente annerita
dì sudore sotto le a scelle, arbitro che non hai fatto fortuna
col fisico da esonerato in ginnastica, inconscio strumento del fato che
usi il fallo non come il comune nw-tale ma come una mannaia che cade
senza lare male, presaga di espulsione lirenco bersaglio d'usuiti, di
sputi, di monetine consumi il di difesa senza un barlume di gloria. Lo
sciopero imprw viso degli autonomi ferrovieri ti imprigiona m un sala
d'aspetto, ti ruba il riposo e gli occhi cerchia del lunedì come
dopo una notte al night sigi* cano scherno di in capufficio con l'ulcera.
Non champagne ma un'aranciata acitìi non caviale, ma un panino
di plastica, non proto mo di bajadere, ma lezzo di arabo. Arbitro nosh
battuto in prima pagina, arbitro, solo quando* cidi di ritirarli, ci
pentiamo della parole non sca^ biate, della solidarietà umana
di cui ti siamo se avari solo allora arbitro, comprendiamo quandi ti
eravamo e ti saremo amici.
ODE A SILVESTRO
Silvestro, gatto veneziano, anzi gatto di castello, gatto ex trovatello,
tu mi senti, anche io non ti sento di notte, quando un fioco lamento
esce dal mio stomaco ac nulla, balzi sul mio letto i ghiaietto leggi
nella mia ar il gatto è un animale intereste, lu, neppure di essere
an sogni e dei miei incubi apr: allontani le chimere, scac aspetti assieme
a me l'albi l'alba è spesso vano.
FILASTROCCA PAESANA
Lo disse un dì Puglisi - lo confermò Rubini se vuoi viver
tranquillo - allena i ragazzini.
Lo disse un giorno Peterson al fidato Cappellari, spesso in attacco giochiamo
come somari.
Lo disse Palazzetti a Skansi Peroslavo: con Bouie e con Kicanovic sei
davvero più bravo.
Lo disse un giorno Allievi all'ottimo Morbelli: i titoli mi piacciono,
ma gli incassi son più belli.
Lo disse Giannì Asti a quelli del Bertoni: se non vinciamo il
titolo, voi siete dei... bricconi.
Lo disse il bravo Mangano parlando al suo Jura, chi ha Chuck nella sua
squadra farà buona figura.
Lo disse Taurisano, parlando con gran stizza, le prossime vacanze non
le trascorrerò a Nizza.
Lo pensava Paini, saltando in mezzo ai fossi, Rank mi ha fregato e Beshore
ha salvato Rossi.
Dichiarò Pentassuglia, fregandosi le mani: in fondo io non ho
fatto peggio di Percudani.
Lo disse mister Crespi rivolto a coach Pasini: se dai le dimissioni non
perdi i tuoi quattrini.
Lo borbottava Sales, di Grascia il Baronetto: quando ti becco Bianchi,
ti sparo dritto al petto.
Lo proclamò De Sisti, simpatico "menzogna": se non fai
difese, è certo una vergogna.
Rispose Cardaioli: cos'è questa menata? Ci vogliono otto zone,
e una combinala.
Disse Giancarlo Asteo, svegliandosi dal coma: da padella alla brace,
da Lazio a Bancoroma.
Aggiunse Benvenuti, in pieno mezzogiorno: Roma sarà bellissima,
ma deh!, è meglio Livorno.
Diceva un giorno Jordan, parlando con distacco: se Dodo mi da via, chi
penserà all'attacco?
I Passi perduti Caminito, qua el tiempo,
haborrado..."
(dal tango argentino "Caminito")
Al parco Ruffini, quello che
io chiamo il mio sentiero dei passi perduti, un tappeto soffice
di foglie gialle che mi accompagna via via fino all'ingresso
del Palasport e dopo una rampa di scale si trasforma nel
verde vivo del contorno del campo da gioco, il mio praticello.
Sul mio praticello cammino e raccolgo le idee mentre i giocatori
effettuano il riscaldamento, il mio praticello calpesto nervosamente
durante le fasi più concitate delle partite.
Tra arrivo e partita, il rituale è il solito. Lasciare il giubbotto
nell'attaccapanni all'angolo dello spogliatoio, scrivere sulla lavagna
la formazione avversaria con le nostre marcature abbinate, disegnare i
principali schermi d'attacco dei rivali, attendere che il massaggiatore
Roberto finisca il lavoro di bendaggio e massaggio, controllare che tutti
i giocatori siedano quietamente e siano in grado di prestare attenzione.
C'è il discorso di rito, il riassunto del lavoro compiuto in settimana,
le indicazioni per la gara imminente, le disposizioni speciali, le raccomandazioni
individuali, e si cerca anche di toccare i tasti che ispirano la sinfonia
giusta nello spirito del singolo e del collettivo. Nell'ora e mezza di
guerra non c'è tempo di meditare su quando sia impietosa la guerra
stessa. Non ci sono santi, ci debbono essere vincitori e vinti. Non è un
lavoro d'ufficio, questo, non c'è routine; non è lavoro d'artista,
non ci sono pennellate di rifinitura; non è neppure una battaglia,
dopo la quale a volte non risultano né vinti né vincitori.
E' una piccola guerra,
dalla quale escono inevitabilmente trionfatori e sconfitti. La vittoria
da sempre e comunque una sensazione di esaltazione, di euforia, di leggerezza,
di felicità. La sconfitta.... eh, la sconfittaè come una
ragnatela appiccicosa e schifosa che si attacca addosso, è una sensazione
sgradevole, come quando sei vestito con abiti pesanti e all'improvviso
viene un gran caldo e tu sudi e soffochi e magari sei in treno e sai che
la doccia è lontana milioni di anni luce. La sconfitta è come
una notte resa insonne da dolori lancinanti, allo stomaco, e tu non hai
più pastiglie, è come la sete quando il frigorifero non funziona
e dal rubinetto cola acqua giallastra. Ma non è niente di più.
Non è una tragedia, nessuno muore, nessuno è ferito gravemente.
Si può pure rimediare ad una sconfitta, basta analizzarla con calma,
capirne le cause, pensare e predisporre i rimedi. Possibilmente il giorno
dopo, quando la mente è più fredda. Al massimo un'ora dopo
la fine della partita bisogna tornare in sé. Dire: "Ma io quando
perdo divento pazzo, soffro come un animale ferito, non mi controllo".
Se sei fatto cosi, amico mio, non vivrai a lungo. E neppure allenerai a
lungo, te lo garantisco. E' questione di scuoter via le ragnatele, di arrivare
a casa e fare la doccia, di arrivare alla farmacia di turno e procurarsi
le pastiglie, di sopportare un po' di sete.
Non si può allenare con continuità ed efficacia nel tempo,
se non si ha la capacità di di-scernere, se si è preda delle
passioni, se non ci si rende conto in quale realtà viviamo. I problemi
veri sono quelli esistenziali, è già così difficile
vivere in armonia con la natura. Anch'io mi lascio travolgere, ma da cose
che sono al disopra della mia capacità di comprendere. Guardo in
TV "Quark" e mi sconvolgono le immagini trasmesse da un Mariner
che sorvola a bassa quota Marte. Osservo anch'io la nebulosa che è al
centro di Orione e mi sento perdere nell'infinito. Cerco di stare con i
piedi per terra, di vivere nella natura a me più vicina, e magari
mi sommerge un'ondata di tenerezza alla vista occasionale di un micetto
odi un cagnolino. Natura, vita, specie, evoluzione, universo, estinzione,
razze: Dio, come mi gira la testa!
Per fortuna esiste il mio sentiero dei passi perduti che imboccherò per
molti mesi ogni due domeniche, sotto i piedi un tappeto prima giallo oro
poi verde prato, sul capo prima un soffitto di rami e foglie intrecciati,
poi una cupola luminosa. E nel cuore un senso di angoscia per l'avvenimento
imminente, ma una pace smessa dalla coscienza del dovere ti ma n a.
Chissà, forse sarà cosi il sei accompagnerà verso
la nera incoscienza della morte o verso più improbabili Campi Elisi.
Il poeta o vulgo sciocco...
La primavera produce i fenomeni
più strani, come il raffreddore da fieno, lo sbocciare
dei fiori, il germoglio delle piante; fa nascere l'amore,
provocare udori e tremori, le ginocchia traballano, il
capo gira. Nel quadro di questi fenomeni primaverili, io
vengo colto da un attacco pseudopoetico. I miei lettori
mi perdonino e mi compatiscano.
ODE AD UN PRESIDENTE MAI NATO
A te, Presidente,
che non ci guadagni niente,
anzi, che ci rimetti,
che non hai tuoi protetti,
a te, Presidente,
grande uomo paziente,
che ascolti l'allenatore,
ne sei il sostenitore,
specie se la sconfitta
rènde tua moglie afflitta,
e nel tuo club l'amico,
fa un viso che non dico,
e in tal modo ti sfotte
che stai sveglio la notte;
a te, Presidente
che scacci l'impellente
volere di vendetta
e dichiari alla Gazzetta
che la stima è immutata,
che la fede non è crollata,
che rispetti il contratto,
che tu non sei matto,
che mantieni l'equilibrio,
che non esponi al ludibrio pubblico,
un allenatore che è un grande professore,
che è un gran lavoratore,
che è solo sfortunato
per cui va sostenuto
nel modo più appropriato.
Tu hai propositi fermi:
primo, lo riconfermi
per i prossimi tre anni;
secondo, chi ne sparla
a morte lo condanni;
terzo, anche se è brutto
ed ha un po' di pelata,
gli darai in matrimonio
la figlia tua adorata
A te, Presidente, voli il mio
canto alato:
peccato solamente che tu non
sia ancora nato
GLI ALLENATORI DI A1
Sales, l'educazione, Bianchini, la filosofia, De Sisti, l'agitazione,
Mangano, la frenesia. Peterson, la pubblicità, Tanjevic, il dinamismo,
Asteo, la sincerità, Nikolic, il pessimismo. Cardaioli, la furberia,
Rinaldi l'eccentricità, Primo, la diplomazia, Bucci, l'elettricità.
Non vi ho dimenticati, è solo questione di rima, Tau, Asti e Recalcati:
dovevo inserirvi prima. Mi perdonerete forse, se vi offro senza malizia
come a tutti gli altri colleghi la mia stima e la mia amicizia.
GIOCATORI DI BASKET
I giocatori di basket
sono grandi pipistrelli
che dormono a testa in giù
appesi ai soffitti di stanze d'albergo
e sognano letti immensi,
e ragazze altissime,
e fritti misti gargantueschi
da mangiare
cinque minuti prima che inizi la partita
ASSISTANT COACH
L'assistente allenatore
è un animale strano,
giovane quasi sempre,
qualche volta anche anziano.
E' un animale cieco,
lui stesso lo confessa,
vede solo una luce,
una luce riflessa.
Si nutre di soddisfazioni,
poche,
e di molte mortificazioni. Dei premi-partita si contenta dell'odore,
talor guadagna meno del decimo giocatore. Impara (se c'è il tempo)
collabora (se gli è concesso) le sue idee più brillanti
finiscono nel cesso se il suo capo è nevrotico egocentrico, dittatoriale
'Tu non pensare, lavora, se no finisci male!". L'aiuto allenatore
non risponde, comprende, giustifica, accetta le peggiori reprimende.
Lavora senza gloria a lui non è concessa è cieco, lui conosce
solo luce riflessa. Trattato come un cane, non si ribellerà. A
lui basta l'onore: L'onore è fedeltà.
COACH
Una lavagna sbrecciata una scarpa scalcagnata. Un fischietto appeso al
muro una macchia di sudore scuro, un mezzo panino ormai duro. Una scheda
qualsiasi cancellata, un'azione mal disegnata, un'idea che se ne è andata.
Un appuntamento scordato, un giocatore ammalato, un arbitraggio scellerato.
Una squadra da sistemare, un titolo da conquistare, un sogno da realizzare.
Questa è la tua vita, coach.
I pregi della musica "Chi vuoi sentir cantar la
veneziana..."
(da un coro per il corso A delt'lsef di Roma)
Dalla fine di agosto non ci alleniamo
più alla palestra delle Cupole, all'estrema periferia
di Torino, nella via Artom, una specie di Spanish Harlerru
Salvo qualche rara occasione, quando ci viene concesso l'uso
del palasport, lavoriamo quotidianamente alla palestra della
Riv. Sorge sulla riva destra del Po, in mezzo al verde, ci
sono campi da tennis e bocce. La palestra è piccola
ma confortevole, e tutti i pomeriggi è occupata dalle
quattordici alle ventidue, dalle varie squadre della Berloni,
salvo due ore, riservate alle attività dei dipendenti
Riv. Calcetto, ginnastica, danza jazz, aerobica e così via.
Al mattino la palestra è riservata alle lezioni dì educazione
fisica che vi svolgono varie scuole.
Anche noi, un paio di mattine alla settimana, usufruiamo dell'impianto.
Normalmente raggiungo la palestra via bus, prima il 63 poi il 47. Arrivo
in anticipo e faccio colazione al bar (altro comfort da non dimenticare)
che, essendo aziendale, fa anche prezzi più bassi dei normali. Cedo
quasi sempre alle lusinghe di Tullio, il barista, che mi propone una fetta
dell'ultima torta confezionata dalla moglie, una vera specialista in materia
(a mio parere, è quella di cioccolata la suprema). Poi mi affaccio
in palestra e spio qualche minuto di lezione: si sa, sono stato anch'io
insegnante.
Ultimamente sono rimasto divertito ed edificato nel vedere una giovane
e graziosa insegnante istruire una classe di prima elementare in esercizi
ed evoluzioni assai semplici, eseguiti con commovente impegno dai piccoli,
accompagnati dalla musica prodotta da un registratore. Chi era l'autore
della musica? Mozart, certo avete indovinato.
La musica classica, mi dicono, diffusa nelle stalle, aumenta la produzione
di latte delle mucche. Con la sua cetra, Orfeo addomesticava le fiere.
Una marcia militare, suonata al momento giusto, può caricare l'uditorio.
Nei "colleges" americani esistono le "pep bands", complessi
che seguono le squadre anche in trasferta, per elettrizzare tifosi e squadre
con le loro marcette. In Italia, patria o quasi della musica, a scuola
non si fa niente o quasi per istruire ed indirizzare i giovani in un campo
che è molto più importante di quanto non si creda. Voi non
avete idea quanto sia alto il numero dei ragazzi stonati. Insegnando il
canto corale e a suonare uno strumento.il difetto si può correggere,
lo penso che molti ragazzi, oltre che stonati, sono o diventeranno presto
sordi.
La musica delle discoteche fa più strage di timpani delle perforatrici
meccaniche. Mio figlio è (o era) un patito degli "heavy metals",
che producono dissonature atroci. Mio figlio, inutile dirlo, è stonato.
Chiunque è capace di salire in pista in discoteca e ballare. Anche
un orso. Basta scuoter-si un po' qua e là, anche fuori tempo. Tanto,
non se ne accorge nessuno. In un ballo cossiddetto "liscio" occorre:
1) seguire il ritmo; 2) conoscere i passi fissi; 3) affiatarsi con la dama.
Imparare (al limite con l'aiuto di un maestro) porta senz'altro benefici
per il ritmo e la coordinazione generale. Avete detto nulla!
Sapeste che fatica quando si comincia a insegnare ai principianti il terzo
tempo. La cosa più difficile per loro è "sentire il
ritmo". Il basket è gioco dì ritmo e coordinazione.
Il grande Ramsey dice che, quando è Ben giocato, è come una
(orma altamente artistica di balletto. Sono d'accordo con Jack, e d'altra
parte non per nulla il basket è un gioco così congeniale
per ai negri, che sono ballerini nati.
Un famoso giornalista francese (che è stato un grande campione di
atletica, Marcel Hansenne) coniò riferendosi al basket, una felice
espressione: "Atletica giocata", lo aggiungerei che trattasi
di "balletto virile". Occorrono forza, velocità, resistenza,
abilità, ma anche senso del ritmo, coordinazione, equilibrio in
aria. I ballerini classici vestono calze-maglie i non hanno molto; i cestisti
indossano divise comode ed eleganti al tempo stesso, rigorosamente maschili.
Ad ogni modo, mi sembra che le cose stiano cambiando in meglio. Alcune
squadtre inclusa la nostra, hanno una specie di inno o marcia che ne annuncia
l'ingresso in campo compagnata dal ritmato battimani del pubblico. Nelle
scuole, gli insegnanti di educazione fisica sono istruiti sulle più moderne
teorie, studiano si aggiornano. Forse cambieranno i programmi di educazione
musicale, forse alla lunga (ma sarebbe meglio alla corta) i giovani torneranno
ad apprezzare la musica vera. Speriamo. E complimenti alla giovane insegnante
della palestra della Riv.
In un altra dimensione Medico, cura te stesso
Cerco di compilare una specie
di bollettino medico, tanto per avere un quadro della situazione.
La caviglia di Morandotti va meglio grazie alla laser terapia,
e, anche se salterà una partita di Coppa Italia, probabilmente
domenica prossima potrà giocare. Però ho appreso
che Scoti May e il suo piccolo hanno l'influenza. Questo
complica le cose perché Scott non potrà giocare
ed il bambino deve guarire immediatamente (oggi è giovedì)
altrimenti la madre dovrà rimandare la partenza per
gli Stati Uniti prevista per sabato. Ciò non è augurabile
in quanto lady May ha iniziato l'ottavo mese di gravidanza
e le linee aeree non ammettono volentieri le passeggere in
gestione avanzata.
Le notizie su Bovolenta (della squadra Cadetti) operato tempo fa di menisco,
sono buone, la muscolatura della coscia ha ripreso il tono, può riprendere
l'allenamento a pieno ritmo. Viceversa deve sospendere il lavoro per qualche
settimana Oberto, del minibasket Berloni, per un disturbo di crescita.
Quanto a Paglieri, della squadra juniores, ha la caviglia che stenta a
far giudizio, eppure è un bel po' che dovrebbe essere a posto. Quasi
quasi scrivo davvero un bollettino, lo batto a macchina, lo appendo al
muro e lo firmo Diaz, sembrerebbe un bollettino della prima guerra mondiale.
In compenso non so se a mio figlio Luca (che abita in Slobbovia con mia
moglie) è passato il raffreddore e se ha trovato le lenti a contatto,
che aveva bisogno di cambiare.
In gioventù ho completati gli esami dei primi tre anni della Facoltà di
Medicina e poi ho conseguito il diploma dell'ISEF. Con le nozioni apprese,
ma sopratutto con la pratica fatta in tanti ' anni di palestra, potrei
benissimo a questo punto fare il medico. Certamente non qui ma a Singapore,
o a Tumbuctu. Ricordate quei vecchi film di ambiente coloniale, con Humphrey
Bogart quasi sempre eroe e Peter Lorre sempre spia? C'era immancabilmente
anche un medico alcolizzato espulso per indegnità dall'Ordine che
poi, in un modo o nell'altro, si redimeva salvando la vita a qualcuno.
Ecco, potrei fare lo stesso, magari non saprò riconoscere al primo
colpo la lebbra o il beri-beri, ma in fatto di diagnosi e prognosi per
quel che riguarda i giocatori, non mi batte nessuno.
Sono invece un po' scarso in scienze occulte. Ieri sera ho conosciuto un
signore che è stato parecchio tempo ad Haiti, e mi ha parlato dei
riti voodoo, degli zombies e delle streghe, quelle che infilano gli spilloni
nei pupazzi e fanno ammalare o peggio la gente. Di zombies non ne ho bisogno,
ne ho avuti abbastanza fra i miei giocatori del passato.
Ma una strega di Haiti mi farebbe comodo, per far certe cose che so io.
Pensandoci bene, debbo anche controllare se Cardaioli ha passato qualche
settimana nei Caraibi, la scorsa estate. E' un indiscusso mago della difesa,
ma quando si deve giocare contro la
sua squadra, non si sa come, si fa sempre male qualcuno prima. Arriva l'assistente
Danna in questo momento e sghignazza. E' reduce dall'ospedale, dove ha
accompagnato May che doveva fare delle iniezioni. Mentre aspettavano il
mediconi colpo 6i vento ha frantumato una vetrata, e se Scoti non balzava
via, si sarebbe trovato infilzate da un bel po' di pezzi di vetro. Eh,
sì, un viaggi a Tahiti si impone.
O in un isola del Pacifico. Magari mi viene la stessa idea di Gauguin e
mi fermo per il resto dei miei giorni. Chissà cosa ci vieta di imitarer
grande pittore francese, dare un calcio a tulio e cambiare radicalmente
vita. Non è vero che sia impossibile farlo. Si può fare,
eccome! E pijvadc avanti, e più me ne viene la tentazione.
Per adesso, mi limito a prendere in cons-derazione una vacanza per l'estate
prossima Intanto, per me una vacanza deve essere non tanto lunga, se no
mi viene l'angoscia. A dilla verità, non so neanche dove o come
mi piacerebbe farla. Potrei andare qualche giornoaVe-nezia, ma d'estate
la città brulica di arìdi turisti: per di più gli
amici sono tutti piazzati ai Lido.d* la mattina alla sera, e non li schiodi
neancheJ morire.
Qualche giorno ad Udine, sarebbe megli Lì non ti sbucano i turisti
da sotto il letto, etrwi sempre un amico per fare due chiacchiere. E pò nell'estate
ci sono un'infinità di sagre di paese con pochi soldi bevi bene,
mangi ottime salsiera e se ti piace il liscio, c'è tanto di orchestrina
3 disposizione.
Anche qualche bagno di mare mi piacerei) be, in un posto con l'acqua pulita,
senza tane confusione. Però per trovare una zona adatta dw fare
un viaggio lungo almeno un giorno, e allora non ne vale la pena.
Un fiume, quello sì che mi piacerebbe. Fase mi decido a fare la
famosa risalita del Brente in battello. Oppure me ne scelgo uno, la Doraqu
in Piemonte, per esempio, o l'Isonzo, e melon-salgo piano piano, me lo
esploro pezzetta pet pezzetta, da solo, e ogni tanto mi sdraio sui sassi,
sotto un cespuglio, a sentir frinire le cicalees veder sfrecciare le libellule.
Nelle ore calde magari appare un fauno che suona la siringa, o m sfiora
la veste candida di una ninfa. Non c'émer* di più bello dell'acqua
che scorre, o della seta ma di un'onda che si frange. O del guizzo di una
fiamma in un camino. O di una nuvola bianca che disegna in cielo mutevoli
figure. Mi affascina tutto ciò che si muove, che cambia continuamente
aspetto. Forse sono un segno e mille forme. Intanto si fa male Sa Ma la
farò davvero la farò? Forse mi deciderò prima di una
pedata a tutto e via in un meglio essendo eternauta, in une.
In ricordo di Silvestro " O morte, o morte"
( Dal dialogo di un venditore di almanacchi
e della morte di Giacomo Leopardi)
Come diavolo può entrare
un gatto in una rivista di basket, si chiederà il
neo-lettore. E qualche velerò lettore commenterà,
ma basta insomma con questo gatto. Però io dedico
questo pezzo (che scrivo senza essere in grado di cacciare
indietro le lacrime) ai tanti lettori che mi scrivono e ai
tanti ti tosi di squadre avversarie che prima, durante e
dopo una partita si sono preoccupati di venirmi a chiedere
notizie del mio micio.
Questo povero orfanello di forse un mese di età, lo raccolsi la
notte di San Silvestro davanti alla porta dell'Arsenale di Venezia. Nevicava,
era abbandonato e miagolante. Me lo infilai nella tasca del cappotto, lo
portai a casa e lo presentai ai miei, piccolo esserino malinconico che
non era altro. Ci volle più di un mese per farlo riprendere ed essere
certi che non sarebbe morto. Aveva una codina che pareva uno spago e una
pancina tutta spelacchiata. Per mesi ho avuto le mani come se le avessi
immerse nei rovi, me le prendeva per giocare e me le graffiava con le unghiette.
Ci trasferimmo a Seslo. per un anno non allenai, stavo molto in casa e
lui mi seguiva come un'ombra. Sentiva quando ero triste, e mi saltava addosso.
Mi aspettava dietro la porta quando uscivo; e quando mangiavo mi balzava
in braccio, guardava nel piatto e aspettava che gli dessi un pezzette di
cibo. Spesso mi dormiva accanto di notte, a volte saltava sul tavolo, si
rizzava sulle zampe posteriori, mi appoggiava una zampa sul petto e con
l'altra mi accarezzava il viso.
Quanto amore mi ha dato Silvestro e quanto l'ho amato ! Aveva un suo linguaggio
di suoni e versi coi quali si annunciava. Quando rientravo in casa, voleva
che lo seguissi nella stanza da letto e qui erano effusioni a non finire-
In questi ultimi tre anni lo vedevo poco, lui stava a Sesto coi miei, ogni
tanto mia moglie me lo portava per qualche giorno, o facevo io un salto
a casa ed eravamo di nuovo insieme. Lo sentivo come se tosse una mia creatura,
come se fosse nato da me.
Poi il deperimento e la malattia, la diagnosi di tumore e i miei giorni
terribili passati a Trieste e Zara e ancora la visita dello scienziato
milanese, e la nuova diagnosi e la speranza. Dopo le cure però non
c'è stato più dubbio: un virus che colpisce solo i felini
gli si era annidato nei reni. Ancora cure, era deperito tanto. Una giovane
e brava veterinaria, Verena, amica di famiglia e assistente del professore,
l'ha tenuto a casa sua per un po', per assisterlo meglio. Un giorno, partendo
all'alba da casa mia a Sesto l'ho visto, povero scheletrino, sul mìo
divano. Sono andato a largli una carezza e ho sentito le sue fusa. Non
l'ho più visto. Dopo un altro tentativo dì cura, Verena,
poiché il male cominciava a colpire i centri nervosi, l'ha soppresso.
La mia vita non potrà essere mai più la stessa, senza Silvestro.
Ero disposto ad accettare una sua morte di vecchiaia, l'avrei tenuto in
braccio io stesso. Il mio amico, il mio confidente, la mia creaturina mi
ha lasciato; via lacrime maledette, e lo vedrò mai più. lo
so dov'è ora, lo vedo chiaramente; c'è un campo grandissimo
di grano maturo, in mezzo al quale spicca un pino che si erge solitario.
Lui è là, ai piedi del pino, che fa le fusa e mi aspetta.
Ma io so che non lo raggiungerò mai, perché per me non ci
sarà altro che il nulla, il nulla senza il mio Silvestro, e scusatemi
se vi dico che sono disperato, non voglio nulla, né rispetto, né conforto;
lasciatemi solo con la mia disperazione.